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Google si sta orientando verso l’informazione a pagamento

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Google ha rinunciato ad uno dei capisaldi della sua politica, ovvero il “primo clic gratuito”, ormai diventato una sorta di incubo per gli editori, costretti in pratica a concedere l’utilizzo senza alcuna contropartita di alcuni contenuti, al solo scopo di apparire nella prima schermata della pagina di ricerca del colosso di Mountain View.
Per l’industria della notizia una buona notizia, dopo anni in cui Google aveva veicolato l’idea che l’informazione dovesse essere a costo zero per i lettori.

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Un’informazione di qualità

Se Google ha infranto quello che era ormai considerato alla stregua di un tabù, anche altri sembrano essere entrati nell’ottica di idee che la buona informazione vada pagata e non remunerata soltanto con la pubblicità online. Come ha fatto il Guardian, costretto a mutare la sua politica di fronte all’approccio aggressivo di Alphabet e Facebook, i quali catalizzano la maggior parte della pubblicità su Internet.
Il problema è però tutt’altro che risolto imponendo il pagamento di contenuti che prima erano gratuiti. Se infatti la libertà di accesso premiava tutti, ora il nuovo regime impone naturalmente un mutamento di rotta per il sistema informativo, alle prese con un discredito sempre più largo presso vaste fette di utenti.
La battaglia scoppiata sulle fake news è in pratica la cartina tornasole di quanto è accaduto nel corso di questi anni in rete, con il fiorire di siti specializzati nel lancio di notizie sensazionalistiche, che molto spesso si rivelano alla stregua di semplici bufale.
Un andazzo cui però non sono riusciti a sottrarsi neanche i mezzi di stampa più prestigiosi, accusati da più parti di aver varato un’informazione spesso tarata sugli interessi dei committenti pubblicitari o tesa a non disturbare il manovratore politico. In pratica, molti utenti ormai sono soliti pensare che a fronte della possibilità di usufruire di proventi aggiuntivi provenienti dalla pubblicità, i mass media non si arrischierebbero mai a dare notizie sgradite ad una azienda, sapendo che la stessa potrebbe sospendere le proprie campagne su quella testata. Così come a molti cittadini sembra difficile poter pensare che le maggiori testate si arrischino a dare notizie sgradite al potere politico, lo stesso che foraggia il sistema con il finanziamento pubblico ai giornali.

 

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E i piccoli editori?

In attesa di sapere se il nuovo regime potrà portare ad un vero e proprio mutamento di rotta sul fronte dei contenuti, Google cerca a sua volta di fare i conti con il sempre più evidente degrado di un web ridotto a campo di battaglia propagandistica.
Oltre all’abbandono del primo click gratuito, il motore di ricerca si sta orientando verso un utilizzo delle tecnologie che dovrebbero facilitare l’abbonamento, che potrebbe finalmente risolvere l’intoppo abbastanza evidente creato da sistemi ormai obsoleti utilizzati da molti editori.
Il problema dell’informazione a pagamento, rischia però di spezzare in due tronconi il settore. Da una parte i grandi editori, che del resto già utilizzano il sistema, dall’altra i piccoli, che non hanno le risorse necessarie per poter reggere e crescere in un ambito simile e che, di conseguenza, continuano a puntare sulla pubblicità online. Ove questa per un qualsiasi motivo venisse a mancare o a flettere in maniera sensibile, si proporrebbe un vero e proprio problema di democrazia.
Si tratta di un problema non da poco, considerati i grandi mutamenti in atto nella politica, ove si punta sempre di più sui contenuti online. Basterebbe al riguardo ricordare le accuse elevate da Alternative fur Deutschland verso Google, accusato di boicottare il partito di estrema destra diventato di recente la terza forza in Germania, per capire come in effetti i temi sul tavolo di discussione siano tanti e parimenti importanti

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