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White in the city, Milano Design Week 2017, parlano i protagonisti

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“Un’idea non potrebbe mai diventare realtà senza utilizzare dei materiali. Proprio per questo, sin dall’inizio poniamo grande attenzione alla scelta dei materiali da utilizzare, che ci consentiranno poi di sviluppare il nostro progetto e creare un’opera”.

Lo ha detto Maha Kutay, designer dello studio Zaha Hadid presente a White in the City insieme al collega Woody Yao con ‘Thallus’, una scultura che evoca i ricami tanto amati dall’archistar scomparsa lo scorso anno. Realizzata con un materiale formato da una sorta di ‘pasta’ stampata in 3D, ha una forma conica ruotata che si sviluppa verso l’alto e rappresenta il concetto delle superfici rigate: una classe di superfici generate dal movimento di una linea retta nello spazio intorno ad un asse.

La progettazione esplora metodi di crescita differenziata e di riempimento dello spazio attraverso l’espansione e la diffusione generate da un’unica curva continua ripetutamente guidata da parametri di simulazione per circa un chilometro di lunghezza: “In questo caso – sottolinea Yao – gran parte del lavoro è stato incentrato sulla struttura, con un’attenzione per il suo profilo”. Tuttavia, precisa, “il vero significato dell’opera non è tanto da cercare nella forma, quanto più nell’essenza della materia”.

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“La nostra ispirazione, sviluppata attorno al bianco, è stata la monomaterialità. Cosa resa possibile dalla particolare finitura dei materiali forniti da Oikos per la realizzazione della nostra installazione”. Così Manuel Aires Mateus spiega all’Adnkronos “Vuoto di Luce”, l’installazione realizzata assieme al fratello Francisco per White in the City, progetto-evento della Milano Design Week promosso da Oikos.

Nell’installazione, la materia si lacera generando un vuoto fruibile all’interno del monolite bianco.

Le fessure da cui filtra la luce altro non sono che assenza di quella stessa materia, determinata nella sua geometria dagli incroci dei solidi di base. L’interno, definito da pareti convesse, anziché concave, crea una sensazione di estrema compressione. Le superfici evocano un movimento cristallizzato, sembrano tende gonfiate dal vento, ma la loro materializzazione solida ne rende ancor più forte il confronto con il corpo. L’esperienza è quella di una relazione individuale con lo spazio e di una forte tensione verso la luce, il cui ruolo imprescindibile diventa evidente. “Al centro dell’architettura – spiega Aires Mateus – c’è sempre lo spazio. Per noi è un punto di partenza. Qui abbiamo fatto una sorta di esperienza spaziale attraverso una scala.

La monomaterialità consente di percepire lo spazio, la luce e la forma partendo da dentro”.

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“Ho voluto creare un piccolo spazio di isolamento parziale, dove per qualche secondo si abbandona la frenesia e la congestione dei messaggi per dedicarsi ad un abbraccio”.

Così Stefano Boeri, autore del celebre ‘bosco verticale’, premiato nel 2015 come grattacielo più bello del mondo, spiega all’Adnkronos l’idea che ispira La ‘Stanza degli abbracci’ realizzata per White in the City, progetto-evento della Milano Design Week 2017, promosso da Oikos.

Si tratta di un piccolo spazio ricavato da un insieme di tubi in legno naturale disposti a semicerchio su una base circolare; tendenzialmente consente di entrare solo due alla volta, anche se durante l’inaugurazione ufficiale ha ospitato anche piccoli gruppi di entusiasti visitatori: “L’abbraccio – afferma Boeri – è un bene prezioso; è un atto molto privato, ma allo stesso tempo ha anche una dimensione pubblica.

Si sa benissimo dove si trova, ma in qualche modo in questo spazio viene custodito.

Mi piacerebbe – aggiunge – che ci fossero nelle nostre città dei luoghi dove ci si possa abbracciare”. Quanto al bianco che anima l’installazione, oltre a rappresentare il fil rouge del progetto White in the City, Boeri rivela: “Il colore è uno degli elementi con il quale un architetto progetta uno spazio. Non è l’unico, dal momento che i materiali a loro volta hanno un colore” basti pensare che “il sole genera ombre, che cambiano i colori e le superfici dei materiali”. Le luci, poi, “ormai hanno prestazioni tecniche straordinarie in grado di modificare, a loro volta, i colori che i materiali hanno in natura o possono ricevere tramite interventi tecnici”. Tutto per dire che “ci sono declinazioni infinite delle variabili di un colore e di uno spazio; sta a noi saperle giostrare sapendo anche che esistono dei colori, interni, che in qualche modo hanno una percezione interna dello spazio”.

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Sale, gesso e luce sono i tre elementi usati da David Chipperfield per ‘Walking through Whiteness’, l’installazione con la quale partecipa a White in the City, progetto-evento della Milano Design Week 2017 promosso da Oikos.

Un cubo illuminato che unisce le qualità essenziali del bianco, fondendo in un’unica esperienza natura, scienza e simbolismo.

Esternamente, il cubo è composto da lunghe travi in gesso bianco; all’interno, le pareti si uniscono senza soluzione di continuità con il soffitto creando un candore tridimensionale e dissolvendo ogni senso di materialità.

A coprire il pavimento, il sale, minerale cristallino composto da cloruri e solfati di sodio, simbolo duraturo di vita e di purificazione.

Dal perimetro quadrato del pavimento, il sale si accumula al centro formando una sorta di cono.

Su tutto, un raggio di luce bianca a led di 5000 gradi Kelvin che attraverso un piccolo foro nel soffitto illumina il cono di cristalli di sale, riflettendosi sulle superfici circostanti.

“Quando Giulio Cappellini (art director di White in the City, ndr) ci ha contattato – spiega l’archistar all’Adnkronos – abbiamo pensato ai materiali da usare e al significato che il bianco ha in architettura.

Abbiamo pensato subito ai due elementi bianchi più ricchi di significati, il sale e il gesso”.

Il primo “ha grande valore, dà un’idea di pulizia ed evoca la spiritualità rendendo perfettamente l’idea di purezza”.

Per realizzare la struttura, poi, “abbiamo pensato ad un altro materiale di enorme interesse in natura, il gesso”.

A questo punto “abbiamo provato a mettere insieme queste due idee e questi due materiali”.

Per trasformare il tutto in realtà, però, mancava una cosa: “la luce, un elemento imprescindibile”.

Così “abbiamo creato il nostro cubo illuminato: una forma che rende esattamente la fisicità del biancore”.

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Fonte: adnkronos.com

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