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Come essere felici al lavoro

Ricordo tempo fa di aver letto da qualche parte che per i giovani moderni è più difficile che per le generazioni precedenti accettare di dover fare un lavoro poco soddisfacente, di non riuscire ad avere la vita che vogliono.
Si parla tanto di “work-life balance” (ovvero di come conciliare la vita con il lavoro), si discute del fatto che il Pil di una nazione non può essere considerato solo in base a indicatori economici…ma in tutte queste riflessioni sembra esserci sempre una dicotomia ineliminabile tra lavoro e vita, tra lavoro e felicità, come se i due estremi del binomio restassero in fondo inconciliabili.
In realtà vediamo che le nostre vite sono sempre più permeate dal lavoro (o viceversa), complice anche la continua connessione al nostro network professionale e non tramite smartphone e computer.

Ho deciso di interessarmi all’argomento e ho fatto una chiacchierata con una psicologa (che per sua scelta preferisce rimanere anonima). Questo è il risultato.

Come essere felici al lavoro

1. Vita e lavoro sono la stessa cosa

Ebbene sì. Non nel senso che lavoriamo troppo e quindi
non riusciamo più a “separarci” dal lavoro, ma nel senso che
il lavoro è la vita, e più precisamente è l’attività di costruzione della nostra identità. “Il lavoro è l’espressione di quello che io sono”, dice la dottoressa, ricordandomi che nel racconto biblico Dio si è messo al lavoro per creare il
mondo, con tutti i problemi e le difficoltà che ne sono
conseguite. Il lavoro è la trasformazione della realtà a
partire da quello che io sono: per questo non c’è nulla da
conciliare o riconciliare. Vita e lavoro sono la stessa cosa
perché il lavoro è ciò che ci rende umani, è l’espressione di
ciò che siamo.
In questo senso il concetto si sgancia dal legame diretto col denaro: anche il bambino che va a scuola sta lavorando, anche la casalinga che fa i lavori domestici sta lavorando.
Rivoluzionario? Un po’ sì. Ma andiamo avanti.

2. L’alienazione e il malessere dipendono dalle condizioni di lavoro, non dal lavoro in sé

Ho amici e conoscenti infelici del proprio lavoro o dell’ambiente di lavoro che salterebbero volentieri alla pensione: in tanti infatti hanno il desiderio di dedicarsi esclusivamente alle proprie passioni. A testimonianza della mia tesi cito alla dottoressa lavori usuranti e ripetitivi che non credo siano espressione della personalità di alcuno.
“Cos’è la vita e cos’è il lavoro? Se li consideriamo come due aspetti separati allora è possibile percepire l’alienazione, ma se li consideriamo come due elementi coincidenti allora anche i problemi che il lavoro causa sono percepiti come “endogeni”, in fin dei conti superabili, naturalmente ineliminabili.
Certamente esistono dei lavori disumani, ne abbiamo tantissimi sotto gli occhi, ma non è il lavoro in sé ad essere alienante o disumano: sono le condizioni di lavoro a creare l’alienazione e il malessere”. E allora mi ricordo dell’”Happiness at work manifesto”, sintetizzato dalla società danese Woohoo inc. che si occupa proprio di felicità al lavoro. Nel manifesto si dice chiaramente che se non sono felice con il mio lavoro o con i miei colleghi è mia responsabilità cercare di cambiare la situazione: e allora torniamo al discorso della costruzione dell’identità, del chi sono io in relazione al mondo esterno, e quindi della creazione del mio mondo esterno.

Come essere felici al lavoro

3. Stabilità del lavoro non significa fissità

Attenzione alle parole: la stabilità del lavoro è necessaria alla costruzione di un progetto nel tempo, mentre la fissità è qualcosa di innaturale alla luce dei concetti che abbiamo espresso sopra.
“Crollata la logica del posto fisso, e vista la scarsa disponibilità di lavoro subordinato, oggi più che mai il lavoro va costruito, inventato di frequente ex novo. Il problema è che sempre più spesso il lavoro non riesce a garantire la realizzazione personale: nello scontro con la realtà scopriamo che il nostro bisogno di esprimerci non trova risposta, e allora dobbiamo adattarci a svolgere i cosiddetti “bullshit jobs”, lavori che percepiamo come inutili.
È evidente che ogni lavoro ha una sua utilità sociale, ma il punto è se noi la riconosciamo oppure no: se nel nostro universo di valori, cioè, un determinato lavoro è portatore di significato.
Se la realizzazione personale coincide con l’espressione di sé, se il lavoro è la trasformazione della realtà, allora è indispensabile riconoscere al lavoro una dimensione di costruzione continua che, evidentemente, non può essere “fissa” né correlata alla sola dimensione economica, pena l’alienazione (da sé).

4. Non il CV ma l’esperienza vi farà diventare adulti

La riduzione delle opportunità occupazionali non crea solo un corto circuito economico, quanto piuttosto una impasse identitaria: se i giovani non fanno esperienza non possono scoprire se stessi, quindi non possono diventare adulti e restano degli eterni bambini.

“La scoperta dell’io è in movimento”, mi dice la dottoressa. E il movimento bisogna crearlo. Se nel mondo imprenditoriale si stanno facendo strada le teorie sul management fluido e sul design delle organizzazioni (ne avevamo parlato qui e qui), se le grandi aziende stimolano i dipendenti a impiegare del tempo per sviluppare progetti personali, sono ancora tante le resistenze sociali e psicologiche a un concetto fluido del lavoro e della società, con buona pace di Bauman e delle sue teorie su società, sentimenti e lavoro liquido.

Come essere felici al lavoro

 

“Il mondo contemporaneo richiede una grande capacità di adattamento e flessibilità, mentre molte persone sono ancora intrappolate nello schema mentale che ha contraddistinto l’economia dell’Italia dagli anni ‘60 in poi. Oggi le cose sono diverse e, in ogni caso, non si può prescindere dalla creatività umana che è assolutamente indipendente dalla ricchezza economica”.

Inoltre, il non dare spazio sufficiente ai giovani nelle organizzazioni sia pubbliche che private è un concetto figlio di un sistema di valori sbagliato, fondato sul mantenimento del potere da parte delle generazioni più adulte. In Italia l’età media dei dirigenti è troppo alta, e in generale vige un modello culturale basato sull’antitesi tra giovani e anziani che non è positivo”.

5. Il lavoro non è solo una questione materiale

Per questo il problema della disoccupazione è così grave: perché non riguarda solo l’aspetto economico e produttivo, ma anche quello sociale e psicologico delle persone e delle nazioni.

“In questo senso la comunicazione che del lavoro fanno i mass media è fuorviante: oggi il lavoro è troppo legato al benessere materiale, mentre lavorare è un bisogno fondamentale dell’essere umano. “Il lavoro ha a che fare con il senso della propria vita e col perché della propria esistenza, a prescindere dalla retribuzione e dai fattori economici che lo contraddistinguono”, continua la dottoressa. “E se pensiamo il lavoro in quest’ottica, capite bene che il concetto stesso di pensione è assurdo: non si può andare in pensione da se stessi! Con l‘età diminuiscono le energie e la resistenza fisica e quindi si smette di lavorare, ma aspettare la pensione per rinnegare l’idea stessa del lavoro è deleterio per molte persone che poi alla fine della propria carriera si sentono destabilizzate della propria identità”.

Come essere felici al lavoro

Dunque, se riportiamo il lavoro alla sua dimensione fondativa dell’esistenza e non solo di benessere economico, e se riusciamo a superare il concetto di “fissità” che ha contraddistinto l’occupazione dal secondo dopoguerra in poi, forse riusciremo a riconciliare i concetti di vita e lavoro scoprendo che in realtà non sono separati, ma sono la stessa cosa. E che essere felici al lavoro è un progetto in fieri, non una condizione data, che è nostra responsabilità portare avanti e ricercare continuamente.

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