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41 morti tra i medici: “Ora basta, vogliamo mascherine vere per proteggerci”

Quarantuno medici scomparsi dall’inizio dell’emergenza coronavirus. Persone che ogni giorno combattono in prima linea contro un nemico invisibile e pericolosissimo. E che sono stanche di sentirsi chiamate “eroi” in tv. Chiedono di essere difesi, tutelati. Di poter svolgere il loro lavoro senza rischiare la vita mentre tentano di salvare quella degli altri. E piangono per i colleghi che non ci sono più, tra le vittime di una strage che ha messo in ginocchio l’Italia. Un elenco che, purtroppo, continua ad allungarsi giorno dopo giorno.

A dar voce alla rabbia dei dottori è stato in queste ore il presidente della federazione degli Ordini dei Medici Italiani (Fnomceo) Filippo Anelli: “Non meritiamo questa considerazione, lo dico a nome dei tanti che vanno a lavoro sapendo di non poter contare su dispositivi all’altezza del pericolo da affrontare”. Una polemica che parte, innanzitutto, dalla dotazione di mascherine all’interno degli ospedali. Poche, distribuite col contagocce. E non sempre efficaci per proteggere medici e pazienti.
Le mascherine che i medici mettono sotto accusa, nello specifico, sono quelle chirurgiche, che vengono loro date in dotazione e che sono ben diverse dalle ormai note FFP2 e FFP3, dotate invece di filtri utili per creare una barriera che impedisca il contagio. Il decreto Cura Italia prevede che possano essere indossate anche dagli operatori sanitari, sulla base di indicazioni ricevute dall’Oms. “Noi le chirurgiche non le vogliamo. Pretendiamo di ricevere dispositivi all’altezza di un Paese industrializzato”. Una polemica che scoppia mentre a Torino la procura ha aperto un’inchiesta sulle carenze di dispositivi di protezione personale. Silvestro Scotti, segretario generale della Federazione medici di medicina generale, rincara: “Gli ospedali a oggi sono paradossalmente le strutture meno sicure e più a rischio di contagio, in quanto gli operatori potenzialmente positivi non vengono sottoposti a quarantena se non sviluppano sintomi. E anche li sviluppassero, continuerebbero a lavorare in attesa del tampone e del suo risultato”.

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