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Bimbo col cuore bruciato, la notizia terribile è appena arrivata. Tristezza

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  • Luigi 
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La storia del bambino di 2 anni ricoverato al Monaldi di Napoli ha scosso l’opinione pubblica. Tutto parte a dicembre: il piccolo affronta un delicatissimo trapianto di cuore, vissuto come una possibilità di rinascita. Ma quella speranza dura poco, perché emerge che l’organo ricevuto era danneggiato. Da allora resta in condizioni gravissime, sostenuto dai macchinari.

La vicenda è diventata il simbolo di una domanda enorme: fin dove può spingersi la medicina e quando, invece, è giusto fermarsi. Nelle ultime ore è arrivata una svolta: il team di super esperti consultati ha detto no a un nuovo impianto d’organo. Una scelta che ha riacceso il confronto sul piano etico e morale, con l’intervento di uno dei principali esperti italiani di bioetica.

La linea della bioetica: fermarsi non è abbandonare

“Se non c’è indicazione clinica al trapianto, allora siamo moralmente chiamati a fermarci. Ma questo non significa abbandonare il paziente e la sua famiglia: abbiamo l’obbligo di offrire e attuare le cure palliative, accompagnando questo bambino fino alla fine, rimanendo accanto alla sua mamma e alla famiglia. Anche quando il clamore si spegnerà, non andranno lasciati soli”.

A parlare è Enrico Furlan, filosofo morale e bioeticista dell’Università di Padova, dove dirige un corso di perfezionamento in Bioetica. Il suo intervento arriva dopo il rifiuto dei super esperti a un nuovo trapianto per il piccolo, ricoverato al Monaldi in condizioni estreme dopo aver ricevuto a dicembre un cuore compromesso.

La posizione di Furlan è netta: “Riconoscere la dignità di ogni paziente, a prescindere dalla sua condizione e dalla sua età, è il faro che deve guidarci”, spiega. “E questo – precisa – significa offrire a tutti cure appropriate, evitando ostinazioni irragionevoli”. Per il docente il criterio è quello della beneficenza: proporre “tutti e solo i trattamenti appropriati”.

Poi entra in gioco anche un altro nodo: “almeno un altro principio etico rilevante: quello di giustizia”. È il principio che regge le liste d’attesa degli organi e richiama anche l’uso corretto delle risorse del Servizio sanitario nazionale. Un trapianto inappropriato, sostiene, violerebbe beneficenza e giustizia, perché sprecherebbe un organo che potrebbe salvare un altro bambino in attesa.

Sul tema dei macchinari, Furlan osserva: “Ogni trattamento medico – osserva Furlan – va iniziato e continuato finché ha senso, ossia finché è complessivamente benefico per la persona, considerata nella sua integrità”. Strumenti come l’Ecmo, a cui il piccolo è collegato da quasi due mesi, “hanno un ruolo fino a quando fungono da ponte che ci consente di attraversare un momento di crisi”. Se il trapianto non è più un’opzione, allora “questo ponte non porta a nulla” e le macchine, secondo lui, devono lasciare spazio alle cure palliative.

E se la famiglia non si arrende? “I genitori vanno sempre accolti e coinvolti – rimarca il docente – perché sono i tutori naturali dei figli. Hanno la responsabilità di dare o negare il consenso alle cure”. Ma, aggiunge, “le decisioni dei genitori, che non sono i padroni dei loro bambini, devono perseguire finalità ben precise: la tutela della salute psico-fisica e della vita del minore, nel rispetto della sua dignità”.

Nel concludere, Furlan punta l’attenzione sulla ferita più ampia: il colpo al patto di fiducia che regge il sistema dei trapianti d’organo. “Se dall’analisi ancora in corso dovessero emergere errori andranno comunicati con trasparenza, indicando le misure che verranno prese perché non si ripetano”. E avverte sul rischio più grande: “Si tratta di uno scenario che abbiamo il dovere morale di evitare a tutti i costi”.

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