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“Ma c’era anche lui”. Parata 2 giugno, esplode la protesta della Chiesa

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La parata del 2 giugno ha generato un acceso dibattito all’interno della Chiesa italiana a causa della partecipazione, per la prima volta, dei cappellani militari alla sfilata insieme alle forze armate. Questa novità ha suscitato una forte reazione da parte di numerosi sacerdoti, che hanno espresso un dissenso netto rispetto all’inserimento di figure religiose in divisa militare.

Il malcontento si è manifestato inizialmente attraverso i social network, dove sono state pubblicate immagini della sfilata che ritraggono la premier Giorgia Meloni, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella e il presidente del Senato Ignazio La Russa affiancati da un cardinale. Il sacerdote Antonio Solla ha apertamente criticato la presenza dei prelati in divisa, mentre don Alfredo Jacopozzi, responsabile della cultura della diocesi di Firenze, ha sottolineato come quella non sia la sua Chiesa, ritenendo inappropriato il ruolo dei cappellani nella manifestazione militare.

Le riserve non si limitano a singoli sacer­doti ma coinvolgono la stessa Conferenza Episcopale Italiana (CEI). Il vescovo di Cassano all’Ionio, Francesco Savino, vice presidente della CEI, ha chiarito che la presenza dei cappellani militari non dovrebbe essere inserita nel contesto della parata come parte della celebrazione delle armi. Egli ha evidenziato che la missione dei cappellani è quella di accompagnare spiritualmente i militari, tutelare la coscienza, difendere il valore della vita e promuovere la pace, soprattutto nei contesti di sofferenza e conflitto.

Il movimento cattolico per la pace Pax Christi, fondato nel 1945, ha espresso una valutazione critica sulla novità della partecipazione dei cappellani alla parata. Monsignor Savino ha ribadito, in un’intervista a Repubblica, il rispetto per i sacerdoti coinvolti ma ha manifestato preoccupazione per il segnale che tale gesto trasmette all’opinione pubblica.

La polemica assume ulteriore rilievo in coincidenza con il 60° anniversario del processo a don Lorenzo Milani, noto per la sua lettera contro i cappellani militari e in difesa dell’obiezione di coscienza. In tale documento, il priore di Barbiana denunciava l’uso delle armi come strumenti di morte, proponendo come uniche armi legittime lo sciopero e il voto. Don Milani e il direttore del settimanale che pubblicò la lettera furono assolti in primo grado ma condannati in appello nel 1967, pochi anni dopo la morte del sacerdote.

L’arcivescovo di Firenze, Gherardo Gambelli, ha osservato come la previsione di don Milani di un futuro senza cappellani militari non si sia realizzata, rendendo ancora più attuale il suo rifiuto della guerra e delle armi. La presenza dei cappellani alla parata del 2 giugno rappresenta quindi una contraddizione che continua a dividere profondamente il mondo cattolico, ponendo questioni rilevanti sulle relazioni tra istituzioni religiose e militari.

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