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Garlasco, colpo di scena su Alberto Stasi: cosa emerge dal referto del carcere

Il nome di Alberto Stasi resta uno dei più noti della cronaca giudiziaria italiana, legato all’omicidio di Chiara Poggi avvenuto il 13 agosto 2007 a Garlasco. A distanza di diciotto anni e mezzo, il caso continua a dividere l’opinione pubblica, mentre la figura di Stasi viene oggi osservata anche attraverso una prospettiva diversa da quella diffusa dai media nei primi anni.

Per molto tempo, il suo comportamento riservato e controllato, così come alcune sue scelte nei primi momenti delle indagini, avevano alimentato sospetti e polemiche. A questo si aggiunsero accuse infondate e indiscrezioni sulla vita privata, compresa l’interpretazione della celebre chiamata al 118, giudicata da alcuni come troppo distaccata rispetto alla gravità della situazione.

I documenti più recenti, redatti durante la detenzione a Bollate e valutati dal Tribunale di Sorveglianza di Milano, delineano un ritratto differente: Stasi avrebbe affrontato il periodo carcerario con atteggiamento collaborativo e riflessivo. Gli esperti che lo hanno seguito sottolineano come si sia confrontato con psicologi ed educatori, affrontando anche temi delicati della propria sfera personale. Nelle relazioni si evidenzia come abbia superato la “comprensibile iniziale difficoltà ed imbarazzo” nell’affrontare “le tematiche più intime connesse allo sviluppo psicosessuale”, mostrando maggiore apertura al dialogo.

Particolare attenzione viene riservata ai rapporti familiari. I giudici sottolineano che “nella narrazione dei momenti di condivisione familiare e amicale è emersa la sussistenza di legami familiari validi”, elementi che hanno rappresentato un punto di riferimento durante gli anni di detenzione. Le relazioni evidenziano inoltre come “gli ulteriori spazi di libertà e le riflessioni effettuate abbiano abbassato ulteriormente la tendenza difensiva del detenuto, cui va riconosciuto un comportamento in linea con la accettazione della condanna”, pur considerando che Stasi ha sempre sostenuto la propria innocenza.

Il rapporto con l’istituzione carceraria e con la vicenda giudiziaria è stato descritto come equilibrato: “l’equipe del carcere evidenzia la capacità del condannato da un lato di accettare una condanna che ritiene ingiusta (senza però vivere l’istituzione come nemica)”. L’attenzione alla vittima è un altro aspetto importante: “il tema della parte offesa è stato presente nella sua elaborazione” e “non emergono vissuti rancorosi né repertori narrativi screditanti”.

Secondo i magistrati, Stasi “è apparso più aperto e meno difeso nell’espressione della propria emotività”, pur conservando la “innata tendenza al controllo e gestione del proprio mondo emotivo” che per anni lo ha reso difficile da interpretare. Dopo undici anni in carcere, il 42enne ha lasciato l’istituto grazie all’affidamento in prova disposto dalla magistratura di sorveglianza, segnando l’inizio di una nuova fase della sua vita.

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