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La solitudine ha un prezzo. In Cina il boom dei robot “affettuosi”

Non lavorano più in magazzino, non controllano più la qualità sulla catena di montaggio. La nuova generazione di umanoidi cinesi ha un compito diverso: tenere compagnia a chi torna a casa da solo.


Un lancio, tredicimila richieste

Quando UbTech Robotics — colosso di Shenzhen quotato alla borsa di Hong Kong, con una capitalizzazione che sfiora i 6,1 miliardi di euro — ha presentato la famiglia di umanoidi “U1”, nessuno si aspettava una risposta così immediata. Bastano 48 ore perché gli ordini superino quota tredicimila, ciascuno accompagnato da una caparra di circa 400 euro.


Il listino parte da 17.600 dollari e può arrivare fino a nove volte tanto, a seconda delle personalizzazioni. Chi acquista può scegliere le sembianze: una versione “maschile” alta 1,83 metri e da 42 chili, oppure una “femminile” di 1,68 metri e 35 chili. La consegna è fissata per settembre.
Fino a ieri i robot di UbTech svolgevano mansioni industriali: smistamento merci, ispezioni di qualità, persino la sostituzione autonoma della propria batteria. Con lo U1 l’azienda cambia mercato, e cambia soprattutto pubblico: non più le imprese, ma i singoli consumatori.


Due Cine che si intrecciano


Dietro questo prodotto si intravedono due fenomeni che stanno ridisegnando la società cinese, apparentemente distanti ma sempre più connessi.
Il primo è la corsa dell’automazione. La Cina domina già oggi la produzione robotica mondiale: l’anno scorso è arrivato dal Paese l’80% degli oltre 16mila robot installati nel pianeta. Le stime di Morgan Stanley parlano di un mercato globale da 7.500 miliardi di dollari, con un miliardo di unità prodotte entro il 2050. I produttori cinesi beneficiano di ingenti sussidi statali, condizionati al reinvestimento in ricerca e sviluppo — una leva industriale che spiega in parte il primato del Paese nel settore.


Il secondo fenomeno è più difficile da programmare: il crollo demografico. Dal 2016, anno in cui Xi Jinping ha abolito la politica del figlio unico, il tasso di fertilità cinese non è affatto risalito. È crollato — passando da 1,7 a 0,98 figli per donna in appena un decennio, il calo più veloce al mondo dopo quello registrato nelle Filippine. Oggi la Cina si colloca al penultimo posto nella classifica mondiale della fertilità, davanti soltanto alla Corea del Sud (e a un’Ucraina flagellata dalla guerra). A Shanghai, una metropoli con un’economia paragonabile a quella dei Paesi Bassi o dell’Indonesia, il dato scende addirittura a 0,5 figli per donna.
Le cause sono note e si sommano tra loro: il costo crescente delle abitazioni, le spese per l’istruzione dei figli, e un mercato del lavoro segnato dal sistema “996” — orari che vanno dalle 9 del mattino alle 9 di sera, sei giorni su sette.


Compagnia su misura


È in questo spazio, tra automazione industriale e solitudine di massa, che si inserisce lo U1. Il robot non si limita a eseguire comandi: funziona come un vero agente di intelligenza artificiale, capace di apprendere le abitudini di chi lo possiede e — con il tempo — di restituire risposte sempre più calibrate su ciò che l’utente desidera sentirsi dire.


Non è un caso isolato. Anche altri dispositivi pensati per il pubblico domestico, incluso qualche gadget per bambini, integrano ormai sistemi di intelligenza artificiale sviluppati in Cina, come quello di DeepSeek. E altri produttori del settore — da Unitree ad Agibot — stanno già introducendo umanoidi capaci di gestire compiti domestici o alberghieri: distribuire farmaci agli orari prescritti, svolgere funzioni di portineria.
Ciò che colpisce nello U1, però, è un dettaglio che va oltre la funzionalità: l’estetica dei suoi modelli è marcatamente sessualizzata, con figure femminili e maschili costruite per risultare desiderabili. Un tratto che stride con l’austerità pubblica promossa dalla leadership di Xi Jinping, e che segnala forse qualcosa di più profondo: un cambiamento nel modo in cui la tecnologia si propone di rispondere ai vuoti affettivi lasciati da ritmi di vita e di lavoro sempre più totalizzanti.
Una trasformazione che, avverte chi osserva da vicino questi mercati, difficilmente resterà confinata alla sola Cina.

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