Il Piano nazionale di ripresa e resilienza era stato presentato come un’occasione irripetibile per modernizzare l’Italia dopo la pandemia. Quasi 200 miliardi di euro per intervenire su infrastrutture, sanità, scuola, digitalizzazione, energia, ricerca e pubblica amministrazione. A cinque anni dall’avvio del programma e dopo la scadenza del 30 giugno 2026, è arrivato il momento di tracciare un primo bilancio.
Definire il Pnrr un successo completo sarebbe prematuro. Considerarlo un fallimento significherebbe però ignorare gli investimenti avviati, le riforme approvate e il contributo fornito alla crescita economica. La realtà è più complessa: l’Italia ha ottenuto gran parte delle risorse europee e ha aperto migliaia di cantieri, ma molte delle opere più grandi e costose non sono ancora concluse.
La vera domanda, quindi, non riguarda soltanto quanto denaro sia stato ricevuto o contabilizzato. Bisogna capire che cosa continuerà a funzionare quando terminerà la fase straordinaria: servizi sanitari, asili, ferrovie, laboratori, strutture digitali e competenze amministrative.
Un Piano da 194,4 miliardi di euro

Dopo le diverse revisioni e l’introduzione del capitolo RepowerEu, il Pnrr italiano ha raggiunto un valore complessivo di circa 194,4 miliardi di euro. Di questi, 71,8 miliardi sono sovvenzioni europee, mentre 122,6 miliardi sono prestiti.
È una distinzione fondamentale. Oltre il 63% delle risorse non è costituito da finanziamenti gratuiti, ma da somme che l’Italia dovrà restituire. Il valore economico del Piano dipenderà quindi dalla capacità degli investimenti di aumentare la produttività, migliorare i servizi pubblici e generare crescita sufficiente a compensare il debito contratto.
Il programma comprende 150 investimenti e 66 riforme, organizzati in sette missioni. Tra queste figurano digitalizzazione, transizione ecologica, mobilità sostenibile, istruzione e ricerca, inclusione sociale, sanità e RepowerEu.
Circa il 39% delle risorse è associato agli obiettivi climatici, mentre il 25,6% sostiene la transizione digitale. Entrambe le percentuali superano le soglie minime stabilite dall’Unione europea.
Il Pnrr non è realmente terminato il 30 giugno
La scadenza del 30 giugno 2026 ha indicato la conclusione del periodo previsto per raggiungere i traguardi e gli obiettivi concordati con Bruxelles. Non coincide però con la chiusura materiale di tutti i cantieri.
Le amministrazioni dovranno completare rendicontazioni, verifiche e richieste di pagamento. Numerosi interventi continueranno inoltre oltre il termine formale, soprattutto quando riguardano infrastrutture complesse o opere di grandi dimensioni.
Ad aprile 2026, secondo Openpolis, risultavano completate soltanto 11 delle 159 scadenze europee previste per il primo semestre. La maggior parte delle altre era ancora in corso, anche se molte venivano considerate a rischio basso o medio.
Questo dato non significa automaticamente che l’Italia perderà tutte le risorse collegate agli obiettivi ancora aperti. Mostra però quanto sia difficile sovrapporre la fine amministrativa del Piano alla conclusione effettiva dei progetti.
Nove rate ricevute, ma ricevere non significa spendere
L’Italia ha ottenuto nove delle dieci rate previste, per un valore complessivo vicino a 166 miliardi di euro. Il risultato dimostra che il Paese è riuscito a superare gran parte delle verifiche europee.
La ricezione dei fondi, tuttavia, non equivale alla loro spesa materiale. Nel sistema del Pnrr le rate vengono erogate dopo il raggiungimento di milestone e target. Le milestone possono consistere nell’approvazione di una legge, nella pubblicazione di un bando o nell’avvio di una riforma. I target riguardano invece risultati quantitativi, come strutture costruite, imprese sostenute o cittadini raggiunti da un servizio.
Un pagamento europeo può quindi arrivare anche quando una parte dei cantieri è ancora aperta, purché siano state rispettate le condizioni previste per quella fase.
La distinzione diventa ancora più evidente confrontando i dati sulla spesa. A febbraio 2026 le amministrazioni titolari dichiaravano circa 113,5 miliardi di euro di spesa sostenuta. I pagamenti formalmente registrati dai soggetti attuatori ammontavano invece a circa 60,6 miliardi.
La differenza, superiore a 50 miliardi, può dipendere da anticipazioni, trasferimenti tra enti, rendicontazioni non consolidate e ritardi nell’aggiornamento delle banche dati. Resta comunque un problema di trasparenza: quando si parla di “fondi spesi” è necessario chiarire quale indicatore sia stato utilizzato.
Tante opere concluse, ma soprattutto quelle più piccole

Uno dei dati più significativi riguarda il rapporto tra il numero delle opere completate e il loro valore economico.
Le opere pubbliche concluse rappresentavano il 36,7% del totale. In termini monetari, però, valevano appena il 6,2% dell’importo complessivo. Considerando anche gli interventi in fase di collaudo, la quota saliva al 48,5% delle opere, ma si fermava al 12,4% del loro valore.
Rimanevano in esecuzione interventi per oltre 75 miliardi di euro.
Il contrasto suggerisce che siano state completate più rapidamente soprattutto le opere di dimensioni contenute. Una serie di interventi locali da poche centinaia di migliaia di euro può aumentare molto il numero dei progetti chiusi, ma incide poco sul valore totale rispetto a una grande linea ferroviaria o a un’infrastruttura energetica.
Il Pnrr ha quindi prodotto risultati visibili in numerosi Comuni, attraverso scuole, palestre, mense, interventi urbani e servizi digitali. I progetti più costosi, complessi e potenzialmente trasformativi richiederanno invece più tempo.
L’effetto sull’economia: crescita sostenuta, ma nessuna rivoluzione
Il Piano ha avuto un impatto positivo sulla crescita italiana. Secondo le stime richiamate da Lavoce.info, nel 2026 il Pil sarebbe stato inferiore di circa mezzo punto percentuale senza gli investimenti aggiuntivi finanziati dal Pnrr.
La Commissione europea ha stimato un effetto complessivo sul Pil italiano pari a circa 189,6 miliardi di euro nei dieci anni successivi all’avvio del programma.
Il Pnrr ha dunque sostenuto investimenti e domanda interna in una fase attraversata dalla pandemia, dalla crisi energetica, dall’inflazione e dalle tensioni geopolitiche. Non ha però prodotto, almeno fino a questo momento, la svolta strutturale immaginata inizialmente.
La crescita italiana è rimasta debole. Il Piano ha probabilmente evitato risultati peggiori, ma non ha cancellato i problemi storici legati alla produttività, alla dimensione ridotta delle imprese, alla debolezza industriale e alle differenze territoriali.
Il beneficio più duraturo potrebbe derivare non dalla spesa immediata, ma dalle infrastrutture e dalle riforme. Se ferrovie, reti digitali, giustizia e pubblica amministrazione diventeranno più efficienti, l’effetto economico potrà continuare anche dopo la conclusione dei finanziamenti.
Digitalizzazione: grandi imprese avanti, Pmi ancora in ritardo

La transizione digitale rappresenta una delle componenti principali del Piano. Gli interventi hanno riguardato servizi pubblici online, migrazione al cloud, sicurezza informatica, banche dati, connettività, digitalizzazione della giustizia e innovazione delle imprese.
Il mercato digitale italiano ha mostrato una crescita significativa, sostenuto soprattutto da cloud, servizi informatici, cybersicurezza e intelligenza artificiale. La trasformazione resta però molto disomogenea.
Secondo i dati richiamati dalle fonti analizzate, l’intelligenza artificiale è adottata da circa il 53% delle grandi imprese, ma soltanto dal 16% delle piccole e medie aziende.
Il divario non dipende esclusivamente dalla disponibilità di fondi. Le Pmi spesso non possiedono personale specializzato, dati organizzati, capitale sufficiente e competenze manageriali per integrare le nuove tecnologie nei processi produttivi.
Il Pnrr ha contribuito ad avviare la trasformazione, ma la sua prosecuzione richiederà una politica industriale più ampia. Senza interventi successivi, il rischio è che gli incentivi abbiano accelerato soprattutto le imprese già forti, lasciando indietro quelle più fragili.
Sanità, scuole e servizi: gli edifici non bastano
Nella sanità il Pnrr ha finanziato Case della comunità, Ospedali di comunità, centrali operative territoriali, telemedicina e assistenza domiciliare. L’obiettivo era rafforzare i servizi vicini ai cittadini e ridurre la pressione sugli ospedali.
Il problema principale riguarda il passaggio dalla costruzione delle strutture al loro funzionamento. Un edificio completato non garantisce automaticamente la presenza di medici, infermieri, apparecchiature e risorse per mantenerlo aperto.
Lo stesso vale per asili nido, mense, palestre e laboratori. La costruzione rappresenta soltanto il primo passaggio. Servono educatori, personale, manutenzione e finanziamenti ordinari.
La vera efficacia del Piano dovrà essere misurata attraverso indicatori concreti: pazienti assistiti, riduzione delle liste d’attesa, posti negli asili realmente disponibili, studenti coinvolti e continuità dei servizi.
Avvenire ha evidenziato proprio questa criticità: il Pnrr ha prodotto molti cantieri, ma non sempre è riuscito a trasformarsi in un progetto organico e condiviso, soprattutto nella sanità e nel contrasto alle disuguaglianze.
Il divario tra territori capaci e territori fragili
Il modo in cui i fondi sono stati utilizzati è dipeso fortemente dalla capacità amministrativa degli enti locali.
I Comuni dotati di tecnici, progettisti e uffici strutturati sono riusciti generalmente a partecipare ai bandi, gestire le gare e rendicontare gli interventi. Gli enti più piccoli o con meno personale hanno incontrato maggiori difficoltà.
Si è così creato un paradosso: i territori con più bisogno di investimenti possono essere anche quelli meno attrezzati per utilizzarli. Il rischio è che un Piano nato per ridurre i divari finisca, almeno in alcuni casi, per premiare chi disponeva già di strutture amministrative più solide.
Le differenze rimangono evidenti anche nel mercato del lavoro. Nel 2025 il tasso di occupazione della popolazione tra i 15 e i 64 anni ha raggiunto il 62,5%, ma nel Mezzogiorno lavora poco più di una giovane donna su quattro. Tra le giovani meridionali con un basso livello di istruzione il tasso di occupazione scende all’8,6%.
Numeri che mostrano come investimenti e riforme non abbiano ancora eliminato le disuguaglianze territoriali, educative e di genere.

Le riforme possono essere l’eredità più importante
Il Pnrr non è stato soltanto un programma di spesa. Il collegamento tra finanziamenti e risultati ha costretto l’Italia ad affrontare riforme rinviate per anni.
Tra gli interventi figurano la giustizia civile e penale, la concorrenza, la pubblica amministrazione e la semplificazione delle procedure. Il Piano ha inoltre introdotto un metodo fondato su obiettivi, tempi e verifiche periodiche.
Questa potrebbe essere una delle eredità più importanti. Per la prima volta, una parte rilevante degli investimenti pubblici è stata vincolata al raggiungimento di risultati controllabili e non soltanto alla disponibilità di stanziamenti.
Resta da capire se il metodo sopravvivrà al Pnrr. Molti uffici sono stati rafforzati attraverso assunzioni temporanee e assistenza tecnica. Senza la stabilizzazione delle competenze costruite, il rischio è che le amministrazioni tornino alle difficoltà precedenti.
Il vero bilancio inizierà dopo il 2026
Il Pnrr non può essere descritto né come un tesoro interamente sprecato né come una trasformazione già compiuta. Ha finanziato opere, sostenuto la crescita, accelerato la digitalizzazione e sbloccato riforme importanti. Allo stesso tempo, ha mostrato limiti nella trasparenza dei dati, nella capacità amministrativa e nella realizzazione delle opere più complesse.
Il giudizio definitivo dipenderà soprattutto da ciò che accadrà dopo la fase straordinaria. Bisognerà verificare se le nuove strutture saranno aperte, se i servizi disporranno di personale, se i grandi cantieri saranno completati e se le amministrazioni conserveranno le competenze acquisite.
La domanda centrale non è quindi soltanto quanti miliardi siano stati spesi entro una determinata data. È capire se quei miliardi abbiano reso l’Italia più produttiva, più digitale, più sostenibile e meno diseguale.
Il 30 giugno ha chiuso il calendario del Pnrr, ma non il suo esame. La prova decisiva comincia ora: trasformare una stagione eccezionale di finanziamenti in un cambiamento capace di durare.