Fontana e Lega chiedono crediti d’imposta e risorse per le aree industriali e di confine. Urso apre alle semplificazioni e alle Zone logistiche semplificate, mentre Svimez avverte: estendere integralmente la ZES al Nord potrebbe indebolire il Mezzogiorno.
Aggiornato al 20 luglio 2026
La discussione sulla possibile introduzione di una ZES al Nord è diventata uno dei principali terreni di confronto della politica economica italiana. Quella che inizialmente sembrava una proposta circoscritta alle aree settentrionali di confine si è trasformata in un dibattito nazionale sul futuro degli incentivi alle imprese, sulla semplificazione amministrativa e sulla distribuzione territoriale delle risorse pubbliche.
Da una parte, la Lega e diversi presidenti delle Regioni settentrionali chiedono di estendere anche al Nord una parte significativa dei vantaggi riconosciuti alle imprese della ZES Unica. Non soltanto procedure più rapide, dunque, ma anche crediti d’imposta, agevolazioni fiscali e fondi capaci di incidere concretamente sul costo degli investimenti.
Dall’altra parte, il Governo appare orientato verso una soluzione più prudente: estendere le semplificazioni e rafforzare le Zone logistiche semplificate, senza replicare automaticamente nelle regioni più sviluppate lo stesso regime fiscale previsto per il Mezzogiorno.
Nel mezzo si collocano le imprese, le associazioni di categoria e il sistema bancario. Confindustria e Intesa Sanpaolo hanno appena presentato il progetto “ZES 2.0”, accompagnato da una disponibilità finanziaria di 60 miliardi di euro. Ma anche questa iniziativa, pur proiettando il modello ZES su scala nazionale, non coincide con una generalizzazione legislativa del credito d’imposta meridionale.
Che cos’è una Zona economica speciale

Una Zona economica speciale, comunemente indicata con l’acronimo ZES, è un’area territoriale nella quale le imprese già presenti o di nuovo insediamento possono beneficiare di condizioni amministrative ed economiche più favorevoli rispetto al regime ordinario.
Lo strumento è pensato per attrarre investimenti, favorire nuovi insediamenti produttivi, sostenere l’occupazione e rafforzare la competitività di territori caratterizzati da ritardi economici, infrastrutturali o occupazionali.
Le ZES sono quindi politiche territoriali selettive, definite anche place-based: non si limitano a sostenere genericamente il sistema delle imprese, ma cercano di modificare la convenienza localizzativa degli investimenti a favore di determinate aree.
Il sistema può comprendere semplificazioni amministrative, autorizzazioni accelerate, crediti d’imposta, agevolazioni contributive, interventi infrastrutturali, facilitazioni logistiche e, nei casi previsti, strumenti di carattere doganale.
Il successo di una ZES, tuttavia, non dipende soltanto dagli sgravi fiscali. Le evidenze internazionali mostrano che infrastrutture adeguate, collegamenti con porti e aeroporti, disponibilità energetica, ricerca, innovazione, capitale umano e qualità della governance sono condizioni determinanti. Una zona agevolata collocata in un territorio privo di collegamenti e servizi rischia infatti di non produrre gli effetti sperati.
La ZES Unica italiana: dal 2024 un nuovo modello per il Mezzogiorno
La ZES Unica per il Mezzogiorno è stata istituita il 1° gennaio 2024, sostituendo le precedenti otto ZES regionali e interregionali.
Il perimetro iniziale comprendeva Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sardegna e Sicilia. Con la legge 18 novembre 2025, n. 171, sono state aggiunte anche Marche e Umbria. Il sistema interessa quindi attualmente dieci regioni, nonostante la denominazione ufficiale continui a richiamare il Mezzogiorno.
La riforma ha centralizzato la governance e ha esteso il modello amministrativo all’intero territorio delle regioni interessate. Tra gli strumenti principali figurano lo Sportello Unico Digitale S.U.D. ZES e l’autorizzazione unica, che può sostituire una pluralità di permessi e titoli necessari per realizzare, ampliare, trasformare o riattivare un insediamento produttivo.
Secondo l’Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani, i tempi medi delle autorizzazioni sono stati portati intorno ai 30 giorni. È probabilmente questo l’aspetto che ha raccolto il consenso più ampio: la possibilità di concentrare in un solo procedimento le decisioni di diverse amministrazioni riduce l’incertezza e rende più prevedibili tempi e costi degli investimenti.
Accanto alla semplificazione amministrativa opera il credito d’imposta per gli investimenti produttivi. La legge di bilancio per il 2026 ha confermato il finanziamento della misura per gli anni 2026, 2027 e 2028. L’agevolazione riguarda l’acquisto di nuovi macchinari, impianti, attrezzature, terreni e immobili strumentali, nel rispetto delle condizioni previste dalla normativa nazionale e dalla Carta europea degli aiuti a finalità regionale.
È importante precisare che l’appartenenza di una regione alla ZES non significa automaticamente che ogni impresa e ogni territorio possano ricevere la stessa percentuale di credito d’imposta. Le intensità variano in base alla localizzazione, alla dimensione dell’impresa e all’ammissibilità dell’area secondo le regole europee sugli aiuti regionali.
I risultati della ZES Unica e il problema dei numeri

La crescente attenzione del Nord è legata anche ai risultati attribuiti alla ZES Unica.
Secondo i dati comunicati dal Dipartimento per il Sud nel febbraio 2026, negli ultimi due anni sono state rilasciate oltre mille autorizzazioni, con un aumento superiore al 250 per cento rispetto al precedente assetto. All’Agenzia delle Entrate sarebbero inoltre pervenute più di 17.300 domande, sostenute da uno stanziamento di 6,1 miliardi di euro e collegate a oltre 12,4 miliardi di investimenti. Per il triennio successivo è stato indicato uno stanziamento complessivo di 4 miliardi.
L’Osservatorio CPI aveva rilevato, per il primo anno della ZES Unica, 413 autorizzazioni rilasciate, 6.885 richieste di credito d’imposta per 2,55 miliardi, circa 7 miliardi di investimenti e più di 7.000 occupati. Una successiva elaborazione di Confindustria, comprendente anche i primi mesi del 2025, indicava circa 700 autorizzazioni, oltre 5 miliardi di crediti d’imposta, 28 miliardi di investimenti generati e più di 35.000 unità occupazionali aggiuntive.
Confindustria ha più recentemente parlato di un impatto economico complessivo di 59 miliardi di euro e di ricadute occupazionali superiori a 70.000 posti di lavoro. Si tratta però di una stima dell’impatto diretto, indiretto e indotto, non necessariamente della fotografia degli investimenti già integralmente completati e dell’occupazione già stabilmente creata.
Il confronto tra le cifre richiede quindi prudenza. Domande presentate, crediti richiesti, investimenti autorizzati, investimenti annunciati, investimenti realizzati e impatto economico stimato sono grandezze differenti e non possono essere sommate.
La vera valutazione dovrà misurare l’addizionalità dello strumento: quanti progetti sono nati realmente grazie alla ZES e quanti sarebbero stati realizzati comunque, magari in tempi diversi o in territori differenti.
Perché il Nord chiede una propria ZES
La richiesta settentrionale nasce dalla convinzione che anche all’interno delle regioni economicamente più sviluppate esistano territori caratterizzati da svantaggi specifici.
Le aree maggiormente indicate sono quelle interessate da crisi industriali, costi energetici elevati, trasformazione dell’automotive, concorrenza internazionale, deindustrializzazione e difficoltà occupazionali. Una particolare attenzione è rivolta alle province di confine, dove le imprese italiane devono confrontarsi con sistemi fiscali e salariali più attrattivi.
La proposta sostenuta dalla Lega punta soprattutto sulle aree transfrontaliere, ma prevede la possibilità di includere anche territori non direttamente confinanti, purché caratterizzati da una stabile e dimostrabile continuità funzionale con le zone interessate. Potrebbero quindi rientrare aree collegate dalle stesse filiere produttive, infrastrutture logistiche o dinamiche occupazionali.
Tra i settori considerati strategici figurano l’aerospazio, l’automotive e le attività maggiormente esposte agli effetti della transizione energetica. Le Regioni chiedono un sistema composto da minore burocrazia, tassazione più favorevole, incentivi e investimenti pubblici e privati.
La questione, quindi, non viene presentata dai promotori come una semplice rivendicazione delle regioni più ricche. La tesi è che la media economica regionale nasconda situazioni locali molto differenti e che anche il Nord abbia bisogno di strumenti territoriali selettivi per difendere le proprie filiere industriali.
Fontana contro Urso: “Semplificazioni senza fondi non bastano”
Il presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana, ha espresso con particolare durezza la distanza tra le richieste regionali e la proposta governativa.
Fontana contesta l’ipotesi di riconoscere alla Lombardia e ad altre regioni settentrionali una Zona logistica semplificata senza un fondo specifico e senza crediti d’imposta paragonabili a quelli della ZES Unica.
Dal punto di vista del governatore, una misura priva di risorse rappresenterebbe una risposta insufficiente: potrebbe ridurre alcuni passaggi burocratici, ma non cambierebbe in modo significativo la convenienza economica degli investimenti.
Il ragionamento lombardo si concentra in particolare sulle aree confinanti con la Svizzera. Qui le imprese devono fronteggiare differenze salariali, fiscali e organizzative che rendono più difficile trattenere lavoratori qualificati e attrarre nuovi capitali.
Le province di Varese, Como, Sondrio e Verbano-Cusio-Ossola sono state indicate come territori nei quali valutare misure speciali, eventualmente accompagnate da strumenti capaci di ridurre il divario con le retribuzioni svizzere.
Il punto politico sollevato da Fontana è chiaro: una procedura più veloce produce certamente un risparmio, ma un credito d’imposta incide direttamente sul costo dell’investimento. Per questo la Lombardia chiede che la futura misura non sia una semplice cornice amministrativa.

La linea di Urso: ZLS e semplificazioni, ma senza copiare il modello meridionale
Il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, non ha escluso interventi specifici per il Centro-Nord. Ha però frenato sull’ipotesi di replicare integralmente la ZES del Mezzogiorno.
La linea del Governo si sviluppa su tre possibili strumenti: rafforzamento delle Zone logistiche semplificate, introduzione di nuove misure di sburocratizzazione e utilizzo delle future aree di accelerazione industriale previste dalla politica europea.
Urso avrebbe inoltre prospettato l’inserimento di un primo pacchetto di semplificazioni nel decreto Imprese, prima della legge di bilancio. Gli eventuali incentivi economici sarebbero invece selettivi e subordinati alle coperture finanziarie e alla compatibilità con la disciplina europea.
La posizione ministeriale non corrisponde quindi a un rifiuto di qualsiasi intervento per il Nord. Il Governo sembra piuttosto voler evitare che uno strumento nato per ridurre i divari territoriali diventi un incentivo generale applicato indistintamente su tutto il territorio nazionale.
ZES e ZLS non sono la stessa cosa
Una parte della polemica nasce dalla confusione tra Zona economica speciale e Zona logistica semplificata.
La ZES Unica combina semplificazioni amministrative e agevolazioni economiche, tra cui il credito d’imposta per gli investimenti nelle aree ammissibili.
Le ZLS sono invece uno strumento distinto, disciplinato dal regolamento approvato con il decreto del presidente del Consiglio dei ministri 4 marzo 2024, n. 40. Il loro obiettivo è creare condizioni amministrative, economiche e organizzative favorevoli allo sviluppo delle imprese e all’insediamento di nuove attività, soprattutto nelle aree collegate ai sistemi portuali e logistici.
Una ZLS può quindi offrire procedure semplificate e una governance dedicata, ma non comporta automaticamente un credito d’imposta equivalente a quello della ZES meridionale.
È proprio questa differenza a spiegare lo scontro tra Fontana e Urso. Il Governo propone di estendere soprattutto il vantaggio amministrativo; la Lombardia e la Lega chiedono anche un vantaggio fiscale finanziariamente misurabile.
“ZES 2.0”: il piano da 60 miliardi di Intesa Sanpaolo e Confindustria

Il confronto politico si è intrecciato con la presentazione del piano strategico “ZES 2.0”, avvenuta a Bari il 16 luglio 2026.
Intesa Sanpaolo ha annunciato una disponibilità di 60 miliardi di euro destinata, nei prossimi anni, a investimenti produttivi, adeguamenti infrastrutturali ed energetici, internazionalizzazione, crescita dimensionale e attrazione di capitali. L’iniziativa è realizzata con Confindustria e con il Dipartimento per il Sud.
I 60 miliardi non rappresentano uno stanziamento pubblico né un contributo generalizzato a fondo perduto. Si tratta di risorse bancarie destinate al finanziamento degli investimenti, accompagnate da servizi di consulenza, assistenza sui business plan, operazioni di finanza straordinaria e una linea di credito dedicata alle imprese che investono nella ZES, con un’agevolazione sul tasso d’interesse.
Il progetto prevede anche un roadshow in Italia e all’estero, iniziative per attrarre investitori internazionali e strumenti per favorire l’insediamento nel Mezzogiorno di imprese settentrionali.
La finalità principale resta infatti quella di consolidare il Sud come piattaforma industriale e logistica nel Mediterraneo, rafforzandone l’integrazione con le filiere produttive del Nord.
Allo stesso tempo, Intesa Sanpaolo intende trasferire alcuni servizi del “modello ZES” anche ad altre aree del Paese e continuare a sostenere le Zone logistiche semplificate settentrionali.
“ZES 2.0” non deve quindi essere confusa con una legge che estende automaticamente il credito d’imposta della ZES Unica a Lombardia, Veneto o Piemonte. È un’iniziativa finanziaria e industriale che cerca di mettere in relazione credito privato, semplificazione amministrativa e attrazione degli investimenti.
La posizione di Confindustria: semplificazione nazionale, crescita del Sud
La posizione di Confindustria è più articolata rispetto a una semplice adesione alla richiesta leghista.
Il presidente Emanuele Orsini considera la ZES un’esperienza positiva perché riduce burocrazia e incertezza. L’associazione degli industriali sostiene che il metodo amministrativo dovrebbe diventare un riferimento più ampio per il Paese, ma continua contemporaneamente a indicare il Mezzogiorno come area strategica nella quale consolidare investimenti, infrastrutture e vantaggi competitivi.
L’obiettivo dichiarato è trasformare il Sud da territorio da assistere a piattaforma produttiva capace di collegare l’industria italiana alle rotte del Mediterraneo, del Nord Africa e dell’Oriente.
In questa prospettiva, l’interesse delle imprese settentrionali e quello del Mezzogiorno non sarebbero necessariamente contrapposti. Un’impresa del Nord che apre uno stabilimento nel Sud può rafforzare contemporaneamente fornitori, tecnologie e servizi localizzati in altre regioni.
La vera questione riguarda pertanto il disegno degli incentivi: estendere gli strumenti che migliorano l’efficienza dell’intero sistema oppure distribuire su tutto il territorio le stesse agevolazioni fiscali.
L’allarme di Svimez: il Sud perderebbe il proprio vantaggio
La critica più netta all’estensione integrale della ZES al Nord è arrivata da Luca Bianchi, direttore generale della Svimez.
Secondo Bianchi, portare lo stesso sistema fiscale nelle regioni settentrionali sarebbe un “grave errore strategico”. La ZES è stata concepita per offrire al Mezzogiorno condizioni localizzative più convenienti rispetto al resto del Paese, combinando semplificazioni e incentivi mirati.
Se il medesimo vantaggio venisse riconosciuto anche al Nord, il differenziale a favore del Sud scomparirebbe. Un investitore potrebbe allora preferire territori più vicini ai principali mercati, dotati di infrastrutture consolidate, filiere più dense e maggiore disponibilità di servizi.
Il rischio non sarebbe soltanto quello di aumentare il costo complessivo degli incentivi. Si potrebbe produrre una vera e propria deviazione degli investimenti verso le aree già più competitive, indebolendo la funzione riequilibratrice della ZES.
Svimez richiama inoltre la necessità di assicurare continuità agli investimenti dopo la conclusione del PNRR. La crescita del Mezzogiorno, secondo questa impostazione, non deve essere considerata irreversibile: senza ulteriori risorse nazionali, innovazione e politiche capaci di trattenere i giovani qualificati, il processo di convergenza potrebbe interrompersi.
La proposta dell’Osservatorio CPI: separare incentivi e burocrazia
Una possibile mediazione emerge dall’analisi dell’Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani.
Secondo l’OCPI, le agevolazioni fiscali e contributive devono rimanere collegate alla natura territoriale della ZES. Il credito d’imposta serve infatti a compensare svantaggi localizzativi e a indirizzare gli investimenti verso aree specifiche.
Diverso è il discorso per la semplificazione amministrativa. Sportello digitale, autorizzazione unica e certezza dei tempi potrebbero essere estesi al resto del Paese senza cancellare il vantaggio fiscale del Mezzogiorno.
Questa impostazione distingue due problemi spesso sovrapposti nel dibattito politico.
Il primo è l’inefficienza burocratica italiana, che riguarda imprese e investitori da Nord a Sud. Il secondo è il divario territoriale, che richiede invece politiche selettive e risorse concentrate nelle aree più deboli.
Estendere la velocità amministrativa non significa necessariamente estendere ovunque gli stessi sgravi.

I vincoli europei sugli aiuti di Stato
Un’estensione generalizzata della ZES incontrerebbe anche ostacoli di natura europea.
Le regole sugli aiuti a finalità regionale consentono intensità maggiori nei territori caratterizzati da livelli di sviluppo inferiori. Le regioni meridionali possono quindi beneficiare di percentuali di sostegno più elevate rispetto alle aree economicamente più forti del Centro-Nord.
Questo non significa che l’Unione europea vieti qualsiasi aiuto alle imprese settentrionali. Sono possibili misure per specifiche aree di crisi, settori strategici, investimenti innovativi, transizione energetica, ricerca, decarbonizzazione e territori ammessi dalla Carta degli aiuti regionali.
Non sarebbe però automatico né semplice applicare alla generalità delle imprese lombarde, piemontesi o venete lo stesso regime fiscale riconosciuto alle regioni meno sviluppate.
Il Governo guarda anche all’Industrial Accelerator Act, presentato dalla Commissione europea il 4 marzo 2026. Il provvedimento punta a sostenere la manifattura europea, semplificare le autorizzazioni e promuovere tecnologie e prodotti a basse emissioni realizzati nell’Unione. Interessa settori come acciaio, cemento, alluminio, automotive e tecnologie a zero emissioni.
Al 20 luglio 2026, tuttavia, l’Industrial Accelerator Act è ancora una proposta della Commissione in attesa dell’approvazione definitiva del Parlamento europeo e del Consiglio. Non può quindi essere considerato un regolamento già pienamente operativo né una fonte immediata di crediti d’imposta territoriali.
Il Nord non è un blocco economico uniforme
Uno dei punti più rilevanti sollevati dalle Regioni è che il Nord non può essere considerato un territorio omogeneo.
Accanto alle aree metropolitane e ai distretti più dinamici esistono zone montane, province di confine, territori colpiti dalla crisi dell’automotive, aree portuali da rilanciare e distretti esposti alla concorrenza internazionale.
Il presidente di Confcommercio, Carlo Sangalli, ha richiamato il rischio di un’Italia caratterizzata da velocità economiche sempre più differenti. La sua proposta va oltre la sola ZES Nord e punta a un nuovo programma nazionale di investimenti ispirato alla logica del PNRR, accompagnato da meno tassazione e minore burocrazia.
Da questa prospettiva, la risposta non dovrebbe consistere nel riconoscere automaticamente gli stessi vantaggi fiscali a tutte le regioni settentrionali. Potrebbe invece essere costruita selezionando territori realmente penalizzati, aree industriali in crisi e zone di frontiera caratterizzate da svantaggi documentabili.
I tre possibili scenari
Dal confronto tra Governo, Regioni, associazioni imprenditoriali e istituti di ricerca emergono tre possibili direzioni.
Estensione integrale della ZES
Il primo scenario consiste nella replica al Nord del modello meridionale, comprendendo semplificazioni, crediti d’imposta e agevolazioni contributive.
È la soluzione più vicina alle richieste avanzate dalla Lega e da Attilio Fontana, ma anche quella più difficile da finanziare e da rendere compatibile con le regole europee. Rischierebbe inoltre di ridurre il vantaggio competitivo del Mezzogiorno.
Incentivi selettivi per aree di crisi e di confine
Il secondo scenario prevede interventi circoscritti per province transfrontaliere, territori colpiti da deindustrializzazione o settori strategici sottoposti a forti trasformazioni.
Questo modello potrebbe essere compatibile con una politica industriale nazionale differenziata, purché i criteri di accesso siano trasparenti e gli svantaggi territoriali effettivamente dimostrati.
Semplificazione nazionale e vantaggio fiscale territoriale
Il terzo scenario, che appare più vicino alla posizione del Governo e dell’Osservatorio CPI, consiste nell’estendere a tutto il Paese il metodo amministrativo della ZES, mantenendo invece crediti d’imposta e agevolazioni più intense nelle aree economicamente svantaggiate.
In questo modo sportelli digitali, autorizzazioni uniche e tempi certi diventerebbero una riforma nazionale della pubblica amministrazione, mentre gli incentivi fiscali continuerebbero a svolgere una funzione di riequilibrio territoriale.
La vera questione non è Nord contro Sud
Il rischio del dibattito è trasformare la ZES in una nuova contrapposizione tra Nord e Mezzogiorno.
Il problema reale è più complesso. L’Italia deve contemporaneamente ridurre i divari territoriali, proteggere le proprie filiere industriali, attrarre capitali esteri, affrontare la transizione energetica e rendere più veloce la pubblica amministrazione.
La ZES Unica ha dimostrato che la riduzione dell’incertezza amministrativa può mobilitare investimenti. Ma il credito d’imposta è finanziato con risorse pubbliche limitate e deve essere valutato in base agli investimenti realmente aggiuntivi che riesce a generare.
Una misura troppo ristretta rischia di non rispondere alle crisi industriali del Centro-Nord. Una misura troppo estesa rischia invece di trasformarsi in un incentivo generalizzato, finanziare progetti che sarebbero stati realizzati comunque e sottrarre efficacia alla politica di convergenza del Mezzogiorno.
Conclusioni: estendere il metodo senza cancellare la specialità
Il compromesso più coerente sembra essere quello di estendere il metodo ZES senza estendere automaticamente a tutto il Paese lo stesso vantaggio fiscale.
Autorizzazioni uniche, sportelli digitali, coordinamento tra amministrazioni e tempi certi dovrebbero diventare standard nazionali. Non vi è una ragione economica per la quale la rapidità della pubblica amministrazione debba restare un’eccezione territoriale.
Crediti d’imposta, sgravi e contributi devono invece continuare a essere modulati in base agli svantaggi reali dei territori, alla disciplina europea e alla capacità di produrre investimenti aggiuntivi.
Per il Nord questo potrebbe significare interventi selettivi nelle aree di confine, nei territori industrialmente fragili e nei settori più esposti alla concorrenza globale. Per il Mezzogiorno significherebbe conservare un differenziale sufficientemente forte da compensare ritardi infrastrutturali, occupazionali e produttivi.
La sfida, dunque, non consiste nel decidere chi debba “avere” la ZES. Consiste nel costruire una politica industriale nazionale capace di integrare due esigenze: rendere l’intero Paese più semplice per chi investe e mantenere un sostegno più intenso dove il mercato, da solo, non riesce ancora a colmare i divari.