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Tassa sulle banche, Salvini punta al 5% degli utili: i numeri dietro la proposta

Le banche italiane tornano al centro della partita sulla prossima legge di Bilancio. Matteo Salvini ha annunciato l’intenzione della Lega di proporre un contributo straordinario a carico dei dieci maggiori istituti di credito italiani: il prelievo ipotizzato sarebbe pari al 5% degli utili ogni anno e avrebbe una durata di tre anni. Una misura che il vicepremier considera uno degli strumenti con cui recuperare nuove risorse senza intervenire direttamente sulla generalità dei contribuenti.

Il punto di partenza del ragionamento è rappresentato dai risultati raggiunti dal settore bancario. Salvini ha parlato di circa 30 miliardi di utili come base sulla quale applicare il contributo e ha ricordato che soltanto Intesa Sanpaolo e UniCredit hanno registrato complessivamente quasi 12 miliardi di profitti nel primo semestre del 2026. Mantenendo risultati analoghi nella seconda parte dell’anno, i due maggiori gruppi potrebbero quindi superare insieme i 20 miliardi di utile.

Quanto potrebbe incassare lo Stato

I numeri permettono di comprendere meglio la dimensione della proposta. Applicando un’aliquota del 5% a 30 miliardi di profitti, il gettito teorico sarebbe di circa 1,5 miliardi di euro l’anno. Se gli utili complessivi dei maggiori istituti raggiungessero i 33 miliardi, la cifra salirebbe a circa 1,65 miliardi. Nell’arco di tre anni si potrebbe quindi arrivare, a condizioni invariate, vicino ai 5 miliardi.

Non si tratterebbe di un intervento rivolto all’intero sistema creditizio. L’ipotesi avanzata dalla Lega riguarda infatti i dieci maggiori gruppi e punta a lasciare fuori le centinaia di banche di dimensioni più contenute. Una distinzione importante anche perché la redditività non è uniforme: la Banca d’Italia ha sottolineato come gli istituti maggiori presentino risultati particolarmente positivi, mentre quelli più piccoli mostrano livelli di redditività più contenuti.

Perché gli utili delle banche sono cresciuti tanto

Dietro la proposta c’è soprattutto l’andamento eccezionalmente favorevole degli ultimi anni. Nel 2024 il rendimento del capitale delle banche italiane, il cosiddetto Roe, era salito dal 12,3 al 12,8%. Nel 2025 la redditività del settore è ulteriormente aumentata, raggiungendo i livelli più elevati dal 2008.

La stagione dei tassi elevati ha contribuito inizialmente a sostenere il margine di interesse, cioè, semplificando, la differenza tra quanto una banca ricava dai prestiti e quanto sostiene per remunerare la raccolta. Con la successiva riduzione dei tassi questo vantaggio ha iniziato a ridimensionarsi, ma gli istituti hanno compensato attraverso l’aumento delle commissioni, i ricavi da negoziazione e il contenimento dei costi. Il risultato è un sistema che la stessa Banca d’Italia continua a descrivere come caratterizzato da elevata redditività e forte patrimonializzazione.

La logica politica della tassa

È proprio questa solidità a spiegare la scelta della Lega. L’idea è chiedere un contributo aggiuntivo a un settore che negli ultimi esercizi ha prodotto profitti particolarmente elevati, destinando il gettito alle priorità della manovra. Salvini ha indicato, tra gli obiettivi, anche il rafforzamento della sicurezza e l’aumento delle risorse per le forze dell’ordine.

C’è poi una ragione più generale: reperire diversi miliardi attraverso tagli alla spesa o aumenti delle imposte sui redditi avrebbe conseguenze politiche e sociali molto più diffuse. Concentrare il prelievo sui maggiori gruppi bancari permetterebbe invece di raccogliere risorse da una platea estremamente circoscritta. Salvini ha richiamato esplicitamente anche l’esperienza spagnola, dove il settore finanziario è già stato interessato da forme di tassazione straordinaria.

Il precedente e i dubbi sulla misura

L’Italia, del resto, ha già sperimentato interventi sul settore. Nel 2023 il governo aveva introdotto una tassa sugli extraprofitti bancari, successivamente modificata consentendo agli istituti di destinare somme a riserva invece di versare materialmente l’imposta. Anche le successive manovre hanno chiesto contributi al comparto finanziario attraverso differenti meccanismi fiscali.

La nuova proposta dovrà però superare diversi ostacoli. Bisognerà stabilire con precisione quale sia la base imponibile, evitare problemi di costituzionalità e valutare gli eventuali effetti sull’offerta di credito, sugli azionisti e sulla capacità delle banche di accumulare capitale. Il confronto nella maggioranza è quindi destinato a proseguire. Dietro il dibattito politico resta però un dato economico difficilmente ignorabile: dopo anni di profitti molto elevati, le grandi banche rappresentano una delle poche aree dalle quali lo Stato potrebbe cercare risorse consistenti senza aumentare direttamente la pressione fiscale su milioni di famiglie.

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