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Islanda dice no all’Europa. La pesca vince sulla sovranità

Il 29 agosto 2026 l’Islanda ha respinto per referendum la ripresa dei negoziati di adesione all’Unione Europea, interrotti nel 2013. Il No ha vinto con il 52,8% dei consensi contro il 47,2% del Sì, con un’affluenza altissima, pari all’82,5% — un dato che da solo racconta quanto il tema tocchi corde profonde nell’identità nazionale islandese.
Al centro della contesa non c’è un’ideologia astratta, ma un interesse molto concreto: la pesca. Il settore vale circa il 40% dell’export islandese, e l’idea che Bruxelles possa imporre quote e limiti di cattura attraverso la Politica comune della pesca è percepita come una minaccia diretta alla sovranità economica del paese. Le acque islandesi sono considerate un asset strategico non negoziabile, alla stregua di una risorsa nazionale da difendere allo stesso modo di un giacimento o di un confine.
Il fronte del Sì puntava su argomenti altrettanto tangibili — tassi d’interesse più bassi, maggiore sicurezza geopolitica in un contesto di guerra in Ucraina e di retoriche statunitensi sulla Groenlandia — ma non ha sfondato fuori dalla capitale. Il No ha infatti prevalso in quattro delle sei circoscrizioni, mentre il Sì si è imposto solo nei collegi di Reykjavík: un classico divario centro-periferia, lo stesso che negli ultimi vent’anni ha caratterizzato quasi ogni consultazione europea a forte impronta identitaria. Le aree rurali, legate a pesca e piccola economia costiera, hanno votato in blocco per proteggere un modello che percepiscono incompatibile con Bruxelles; la capitale, più internazionalizzata e finanziaria, ha votato per l’apertura.
L’Islanda in buona compagnia: chi ha detto no
L’esito islandese non è un caso isolato, ma l’ultimo capitolo di una storia lunga oltre cinquant’anni di referendum europei respinti:
• Norvegia, 1972 — No all’adesione alla CEE (53,5%)
• Danimarca, 1992 — No al Trattato di Maastricht (50,7%), poi ratificato nel 1993 con opt-out su euro e difesa
• Norvegia, 1994 — No all’adesione all’Unione Europea (52,2%), seconda bocciatura dopo il 1972
• Irlanda, 2001 — No al Trattato di Nizza, poi approvato l’anno successivo dopo garanzie negoziate
• Francia, 2005 — No al Trattato costituzionale europeo (55%)
• Paesi Bassi, 2005 — No allo stesso Trattato costituzionale, con un margine ancora più netto (61%)
• Irlanda, 2008 — No al Trattato di Lisbona, ribaltato l’anno successivo
• Islanda, 2026 — No alla ripresa dei negoziati di adesione (52,8%)
La Norvegia resta l’unico paese ad aver detto no due volte senza mai tornare sui propri passi. Irlanda e Danimarca, invece, hanno sempre finito per ratificare al secondo tentativo, dopo aver ottenuto condizioni speciali. Il filo conduttore è quasi sempre lo stesso: pesca e risorse naturali per i paesi nordici che si affacciano per la prima volta all’adesione; sovranità su moneta e trattati per i paesi già membri chiamati ad approfondire l’integrazione.
I sì, e il fattore ex Unione Sovietica
A fare da contrappeso a questa lista ci sono i referendum di adesione dell’allargamento a Est del 2003-2004, dove il Sì ha stravinto quasi ovunque: Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia e i paesi baltici hanno approvato l’ingresso nell’UE con margini spesso superiori all’80%. Un dato che si spiega in larga parte con la storia recente di questi paesi: l’adesione rappresentava il completamento simbolico e pratico del “ritorno in Europa” dopo decenni di dominazione sovietica, un’ancora geopolitica contro Mosca oltre che una prospettiva di sviluppo economico per Stati usciti da economie pianificate.

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