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Europa contro la concorrenza cinese: Germania, Francia e Italia preparano la svolta

Per molto tempo l’Europa ha considerato la Cina un partner economico indispensabile. Le imprese del Vecchio Continente hanno trovato nel mercato cinese milioni di nuovi consumatori, costi di produzione contenuti e una rete industriale capace di fornire rapidamente componenti e tecnologie. Quel rapporto, però, sta cambiando. Quella che un tempo appariva come una grande opportunità viene oggi percepita anche come una delle principali minacce per il futuro della manifattura europea.

A preoccupare non è soltanto la quantità di merci provenienti dalla Cina, ma soprattutto il modo in cui molti prodotti arrivano sul mercato europeo. Secondo governi e associazioni industriali, numerose aziende cinesi beneficerebbero di sovvenzioni pubbliche, finanziamenti agevolati e altri strumenti che consentono loro di vendere a prezzi difficilmente sostenibili per i concorrenti occidentali. Automobili elettriche, batterie, pannelli solari, acciaio, prodotti chimici e apparecchiature tecnologiche sono ormai al centro di una competizione sempre più aspra.

La vera novità è che anche la Germania, tradizionalmente prudente nei rapporti con Pechino, sembra pronta a cambiare posizione. Berlino si sta avvicinando alla linea più severa già sostenuta da Francia e Italia. Se le tre principali potenze manifatturiere dell’Unione riuscissero a trovare un’intesa, la politica commerciale europea nei confronti della Cina potrebbe entrare in una fase completamente nuova.

La Germania scopre il prezzo della dipendenza dalla Cina

La Germania è stata per anni il Paese europeo maggiormente interessato a mantenere rapporti stabili con Pechino. Le grandi aziende tedesche, soprattutto quelle automobilistiche, hanno costruito una parte rilevante della propria crescita proprio grazie al mercato cinese. Volkswagen, Mercedes-Benz e Bmw hanno venduto milioni di vetture in Cina, mentre numerosi gruppi industriali hanno trasferito nel Paese stabilimenti, capitali e competenze.

Questo modello mostra però crepe sempre più evidenti. Nel 2025 la Germania ha importato dalla Cina beni per 170,6 miliardi di euro, con una crescita dell’8,8% rispetto all’anno precedente. Nello stesso periodo le esportazioni tedesche verso la Repubblica popolare sono diminuite del 9,7%, fermandosi a 81,3 miliardi. Il disavanzo commerciale ha così raggiunto gli 89,3 miliardi di euro, contro i 66,9 miliardi registrati nel 2024.

Dietro questi numeri si nasconde un cambiamento profondo. La Cina continua a vendere sempre più prodotti alla Germania, mentre le imprese tedesche faticano a difendere le proprie posizioni sul mercato asiatico. Anche il settore automobilistico, per lungo tempo simbolo della superiorità industriale tedesca, deve ora confrontarsi con la crescita di gruppi come Byd, Geely, Chery e Leapmotor.

I nuovi marchi cinesi non si limitano più a competere nel proprio Paese. Stanno entrando rapidamente anche nel mercato europeo, soprattutto nel settore delle automobili elettriche, offrendo modelli tecnologicamente avanzati a prezzi contenuti. Per i produttori tedeschi la pressione è quindi doppia: perdono quote in Cina e, contemporaneamente, devono fronteggiare la concorrenza cinese in Europa.

È per questo che una parte crescente dell’industria tedesca chiede al cancelliere Friedrich Merz di assumere una posizione più netta. Le associazioni imprenditoriali non invocano necessariamente una chiusura dei rapporti commerciali, ma pretendono condizioni realmente paritarie. Tra le soluzioni proposte figurano controlli più rapidi sui sussidi stranieri, misure di salvaguardia, dazi compensativi e quote minime di produzione europea per i beni acquistati attraverso incentivi pubblici.

La Francia guida il fronte più severo

Se la Germania è arrivata lentamente a mettere in discussione il proprio rapporto con Pechino, la Francia sostiene da tempo la necessità di una maggiore protezione industriale. Parigi ritiene che l’Europa non possa finanziare la transizione ecologica e digitale per poi acquistare quasi tutte le tecnologie necessarie da aziende straniere.

Il rischio, secondo il governo francese, è evidente. Le risorse dei contribuenti europei potrebbero finire per sostenere automobili elettriche, batterie e pannelli solari realizzati prevalentemente in Cina. In questo modo l’Europa raggiungerebbe alcuni obiettivi ambientali, ma perderebbe stabilimenti, posti di lavoro e competenze strategiche.

Emmanuel Macron ha più volte sostenuto che l’Unione debba dotarsi di una vera politica industriale. La Francia è stata tra i Paesi maggiormente favorevoli all’inchiesta europea sui sussidi concessi ai produttori cinesi di veicoli elettrici e all’introduzione di dazi destinati a compensare gli aiuti ricevuti dalle aziende.

La posizione francese ha provocato tensioni con Pechino, che ha reagito avviando procedimenti commerciali su prodotti europei, compreso il brandy. Si tratta di un settore molto importante per l’economia francese e la risposta cinese ha dimostrato quanto possa essere difficile adottare una linea più dura senza esporsi a ritorsioni.

Parigi, tuttavia, non ha fatto marcia indietro. La strategia francese si è estesa anche alla moda a bassissimo costo e al commercio digitale. Dal primo settembre 2026 sono entrate in vigore nuove penalizzazioni ambientali destinate a colpire i modelli produttivi fondati sulla vendita continua di enormi quantità di abbigliamento economico. Le misure interessano soprattutto piattaforme come Shein e Temu.

Per la Francia la questione non riguarda soltanto la Cina. Parigi vuole impedire che l’Europa rimanga l’unico grande mercato mondiale aperto quasi senza condizioni. Gli Stati Uniti sostengono le proprie imprese attraverso incentivi e politiche protezionistiche, mentre Pechino difende la produzione nazionale con sovvenzioni e limiti all’accesso del proprio mercato. Di fronte a questo scenario, continuare ad applicare rigidamente le vecchie regole rischierebbe di trasformarsi in uno svantaggio per l’industria europea.

La scelta dell’Italia sul fotovoltaico

Anche l’Italia ha cominciato a muoversi in questa direzione. La decisione più significativa riguarda il fotovoltaico. Roma è stata la prima capitale europea a introdurre un’asta incentivata riservata a progetti che non impiegassero moduli, celle e inverter prodotti in Cina.

La procedura ha assegnato oltre 1,1 gigawatt di capacità fotovoltaica a 88 progetti. Non si tratta di un divieto generale contro le apparecchiature cinesi, ma di una condizione legata all’accesso agli incentivi pubblici. Chi vuole ottenere determinate agevolazioni deve utilizzare componenti provenienti da filiere alternative.

La scelta italiana nasce dalla necessità di ridurre una dipendenza diventata ormai quasi totale. Nel 2023 circa il 94% dei moduli fotovoltaici installati nell’Unione europea proveniva dalla Cina. Una concentrazione di questo tipo consente di abbassare i costi nel breve periodo, ma espone l’Europa a rischi enormi nel caso di tensioni geopolitiche, limitazioni alle esportazioni o nuove crisi nelle catene di approvvigionamento.

Utilizzare componenti non cinesi può comportare inizialmente costi superiori. Le tariffe riconosciute nell’asta italiana sono state infatti più alte rispetto a quelle delle precedenti procedure prive di restrizioni sull’origine delle apparecchiature. Il governo ritiene però che questa differenza possa essere compensata dai benefici industriali prodotti nel medio e lungo periodo.

La priorità è favorire la nascita di nuove fabbriche, attirare investimenti e impedire che la transizione energetica venga costruita interamente sulla dipendenza da un solo fornitore. Il fotovoltaico può quindi diventare il primo banco di prova di una strategia destinata a essere estesa anche ad altri comparti.

Per l’Italia la difesa della manifattura assume un’importanza particolare. Il sistema produttivo nazionale è composto in larga parte da piccole e medie imprese specializzate, spesso capaci di realizzare prodotti di alta qualità ma prive delle dimensioni necessarie per sostenere una lunga guerra dei prezzi. Quando la competizione avviene con aziende sostenute da ingenti risorse pubbliche, anche le imprese italiane più innovative rischiano di essere espulse dal mercato.

Francia e Italia aspettano la svolta di Berlino

Francia e Italia, insieme alla Spagna, hanno già sostenuto la necessità di rafforzare le difese commerciali europee. La Germania è rimasta più cauta perché molte delle sue aziende continuano ad avere interessi importanti in Cina e temono possibili ritorsioni da parte di Pechino.

La crescente insoddisfazione dell’industria tedesca potrebbe però cambiare gli equilibri. Se Berlino si schierasse stabilmente al fianco di Parigi e Roma, l’Unione europea avrebbe il peso politico necessario per rendere più efficace la propria strategia.

Bruxelles dispone già di diversi strumenti per contrastare le distorsioni provocate dagli aiuti pubblici concessi da governi stranieri. Il problema, secondo le imprese, è rappresentato soprattutto dai tempi di applicazione. Le indagini europee possono durare mesi, mentre i concorrenti cinesi riescono a conquistare rapidamente quote di mercato attraverso prezzi molto aggressivi.

La soluzione non può essere una chiusura totale. La Cina resta un partner commerciale fondamentale e un mercato importante per molte aziende europee. Una guerra economica generalizzata provocherebbe conseguenze pesanti anche per l’Europa, facendo aumentare i prezzi e interrompendo forniture essenziali.

Allo stesso tempo, però, l’apertura senza condizioni rischia di accelerare la scomparsa di interi settori produttivi. Francia, Italia e una parte crescente della Germania sembrano quindi orientate verso una terza strada: mantenere gli scambi con Pechino, ma pretendere reciprocità, trasparenza sugli aiuti pubblici e investimenti produttivi reali all’interno dell’Unione.

La battaglia per il futuro del Made in Europe

La questione cinese nasconde una domanda ancora più importante: quale ruolo industriale vuole avere l’Europa nei prossimi decenni? Il continente può limitarsi a progettare tecnologie e approvare regole, lasciando ad altri la produzione, oppure può investire per ricostruire le proprie filiere.

Automobili elettriche, batterie, pannelli solari, semiconduttori, farmaci e infrastrutture digitali non sono più prodotti come tutti gli altri. Sono diventati elementi essenziali della sicurezza economica e dell’autonomia politica. Dipendere quasi completamente da un Paese esterno significa esporsi a decisioni che l’Europa non potrebbe controllare.

Germania, Francia e Italia arrivano a questo confronto partendo da situazioni differenti. Berlino deve ripensare un modello basato sulle esportazioni verso la Cina. Parigi vuole trasformare l’autonomia europea in una politica industriale concreta. Roma cerca di proteggere le proprie filiere e di utilizzare gli incentivi pubblici per ridurre le dipendenze più pericolose.

Nessuno dei tre Paesi, tuttavia, può affrontare da solo una potenza industriale delle dimensioni della Cina. Soltanto una risposta europea coordinata può avere effetti reali. La progressiva convergenza tra Germania, Francia e Italia potrebbe quindi rappresentare il passaggio decisivo.

Non si tratta di interrompere i rapporti con Pechino, ma di riequilibrarli. L’obiettivo è impedire che il “Made in Europe” diventi soltanto un’etichetta applicata a prodotti costruiti quasi interamente altrove. La partita con la Cina riguarda il commercio, ma soprattutto la capacità dell’Europa di continuare a produrre, innovare e difendere la propria indipendenza economica.

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