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Deficit al 3,1%, l’Italia resta sotto procedura Ue: cosa cambia per la manovra 2027

L’Istat conferma il disavanzo sopra la soglia europea, nonostante la revisione al rialzo della crescita. Sfuma l’uscita anticipata dalla procedura per deficit eccessivo, mentre il governo deve trovare un equilibrio tra riduzione delle tasse, investimenti e spese per energia e difesa.

La revisione dei conti pubblici non ha consegnato al governo il risultato sperato. Il rapporto tra deficit e Pil dell’Italia nel 2025 resta al 3,1%: abbastanza per impedire l’uscita anticipata dalla procedura europea per disavanzo eccessivo. Il dato diffuso dall’Istat il 22 settembre riporta così al centro del confronto sulla prossima legge di bilancio una questione concreta: quante risorse potranno essere utilizzate senza compromettere il percorso di risanamento. Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti indica ora il 2027 come possibile appuntamento per la chiusura della procedura. 

I dati Istat: il Pil migliora, ma il deficit non scende abbastanza

La nuova fotografia dell’economia contiene anche segnali positivi. Nel 2025 il Pil è cresciuto dello 0,6%, un decimo in più rispetto alla stima di marzo. Anche il 2024 viene rivisto al rialzo, con un aumento dell’1,1%. Il valore del prodotto interno lordo del 2025 raggiunge circa 2.265 miliardi di euro, quasi sette miliardi in più rispetto alla precedente valutazione. 

Questo miglioramento, tuttavia, non basta a riportare il disavanzo sotto il limite europeo. Il deficit ammonta a 69,736 miliardi di euro, con un peggioramento di 355 milioni rispetto alla stima di aprile. Il confronto con il 2024 rimane favorevole, perché il rapporto deficit/Pil scende dal 3,4% al 3,1%, ma l’aggiornamento di settembre non modifica il dato percentuale già conosciuto. 

Perché la soglia del 3% pesa sulla legge di bilancio

Il punto non è l’apertura di una nuova procedura: l’Italia si trova già sotto sorveglianza europea dal luglio 2024. A venire meno è la possibilità di uscirne prima del previsto. Il percorso concordato con Bruxelles indica infatti il 2026 come anno entro il quale correggere il disavanzo eccessivo, con un limite alla crescita nominale della spesa netta dell’1,6% per quest’anno. La verifica dei risultati può quindi portare alla chiusura formale nel 2027. 

La distinzione è importante: il mancato anticipo rappresenta una battuta d’arresto per le aspettative politiche del governo, ma non equivale automaticamente al fallimento del calendario di rientro. Né il dato Istat determina, da solo, nuove tasse o tagli immediati. Il problema è soprattutto lo spazio per finanziare ulteriori interventi mantenendo credibile la discesa del deficit. 

Energia e difesa: la flessibilità resta possibile, ma non è senza condizioni

Una delle partite più delicate riguarda la clausola nazionale di salvaguardia, della quale l’Italia ha chiesto l’attivazione l’11 settembre. Lo strumento permette, entro condizioni precise, di discostarsi dal percorso della spesa per sostenere gli interventi ammessi. Non cancella però il disavanzo effettivo e non garantisce automaticamente l’uscita dalla procedura europea. 

Per questo è decisivo anche quando vengono contabilizzate le nuove spese. Secondo le indicazioni raccolte a Bruxelles dall’Adnkronos, concentrare gli interventi aggiuntivi soprattutto nel 2027 e nel 2028, preservando un deficit inferiore al 3% nel 2026, potrebbe consentire di utilizzare la flessibilità senza compromettere la prospettiva di uscita nella primavera successiva. È una possibilità da costruire, non un’autorizzazione già acquisita. 

Proprio su questa prospettiva si concentra La Stampa del 23 settembre, che segnala un possibile orientamento della Commissione verso un’interpretazione più flessibile delle norme. Lo scenario, dunque, non è quello di una chiusura definitiva a ogni spesa aggiuntiva, ma di un negoziato nel quale contano importi, tempi e sostenibilità dei conti. 

Giorgetti prende atto del risultato, Meloni apre il caso politico

La conferma del 3,1% ha prodotto reazioni differenti all’interno del governo. Giorgetti ha espresso “rammarico”, ricordando che l’uscita dalla procedura resta possibile nel 2027, coerentemente con il quadro di finanza pubblica già indicato. 

Giorgia Meloni ha invece contestato le valutazioni dell’Istituto, rivendicando i progressi nella riduzione del deficit. Repubblica, nell’edizione del 23 settembre, mette in evidenza proprio lo scontro politico aperto dalla presidente del Consiglio con l’Istat. Sullo sfondo resta la differenza tra un miglioramento dei conti rispetto agli anni precedenti e il mancato raggiungimento della soglia necessaria per anticipare la chiusura della procedura. 

Nella maggioranza, intanto, Matteo Salvini insiste sulla necessità di maggiori risorse e di uno scostamento di bilancio, mentre Forza Italia richiama alla prudenza. Le opposizioni contestano invece i risultati della strategia economica dell’esecutivo. Il confronto sui numeri si sovrappone così a quello sulle priorità della prossima manovra. 

Tasse, pensioni e investimenti: la questione decisiva sono le coperture

Il Corriere della Sera indica un’ipotesi di manovra da 25-30 miliardi, ancora da finanziare e definire.  Non si tratta quindi di risorse già disponibili: la dimensione effettiva degli interventi dipenderà dalle coperture e dalle scelte politiche.

Per famiglie e imprese, la conseguenza non è un aumento automatico del prelievo, ma una maggiore competizione tra le misure da finanziare. Riduzione dell’Irpef, sostegno ai redditi, pensioni, sanità e infrastrutture sono tra i capitoli del confronto. Il rischio è che alcune proposte vengano ridimensionate o rinviate, oppure richiedano risparmi e nuove entrate in altri settori. 

Il contesto resta impegnativo: nel 2025 la pressione fiscale è salita al 42,9% del Pil, dal 42,2% del 2024, mentre il debito pubblico si è attestato al 136,7%. Numeri che spiegano perché il dibattito non possa esaurirsi nella ricerca di qualche decimale favorevole. 

I prossimi passaggi: Eurostat, manovra e verifica nel 2027

Il calendario prevede la pubblicazione dei dati Eurostat sui conti pubblici il 21 ottobre, mentre il governo dovrà definire la legge di bilancio e il ricorso alla flessibilità europea. Con il risultato comunicato dall’Istat, l’uscita dalla procedura nell’autunno 2026 non è più lo scenario sul quale l’esecutivo può fare affidamento. L’attenzione si sposta sui conti di quest’anno e sulla loro verifica nel 2027. 

Resta inoltre un vincolo che precede qualsiasi trattativa con Bruxelles: il costo del debito. Nei giorni scorsi Giorgetti ha richiamato l’aumento degli oneri di finanziamento e i rischi legati alle tensioni internazionali. Per la manovra, la sfida sarà quindi doppia: sostenere redditi e crescita senza rendere più oneroso finanziare lo Stato. Il 3,1% non decide da solo ogni scelta, ma rende più difficile rinviare il confronto su quali interventi finanziare e con quali risorse.

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