
Carlo Acutis aveva soltanto 15 anni quando una leucemia fulminante ne interruppe la vita nel 2006. La sua storia, oggi al centro della devozione di milioni di fedeli e di un film televisivo, conserva il profilo concreto di un adolescente milanese: il calcio, il computer, i videogiochi, gli amici e una fede vissuta con intensità. La madre Antonia Salzano ha raccontato le parole che il figlio le avrebbe rivolto all’ingresso in ospedale.
Nato a Londra il 3 maggio 1991, durante un periodo trascorso dalla famiglia nel Regno Unito per ragioni professionali del padre Andrea Acutis, Carlo si trasferì presto a Milano con i genitori. Nel capoluogo lombardo avrebbe vissuto quasi interamente la sua breve esistenza, costruendo legami nella scuola, nella parrocchia e nel quartiere.
Frequentò le scuole elementari e medie dalle suore Marcelline, quindi il liceo classico dell’Istituto Leone XIII, retto dai gesuiti. Parallelamente agli studi partecipava alla vita della parrocchia di Santa Maria Segreta, senza rinunciare alle passioni condivise da molti ragazzi della sua età.

Amava il calcio, il computer, i videogiochi e il tempo con gli amici. La madre Antonia Salzano Acutis ha più volte insistito su questo elemento: Carlo era un adolescente con una quotidianità ordinaria, nella quale la dimensione religiosa aveva tuttavia un posto centrale.
Nel corso dell’adolescenza Carlo dedicò tempo alla preghiera e al volontariato. Tra le attività ricordate dalla famiglia figurano l’impegno presso la mensa dei Cappuccini e la collaborazione con le suore di Madre Teresa, esperienze che accompagnavano la vita scolastica e le relazioni con i coetanei.
Secondo il racconto della madre, la famiglia non era praticante e il rapporto del ragazzo con la fede sarebbe maturato in modo personale. La sua figura è stata così associata a una spiritualità vissuta nella normalità: lo studio, le amicizie, le attività quotidiane e l’attenzione alle persone in difficoltà.

La svolta arrivò nel 2006, quando quelli che apparivano inizialmente come sintomi influenzali si rivelarono una leucemia fulminante. Carlo, fino a quel momento ritenuto in buona salute, venne ricoverato per ricevere le cure necessarie. La malattia ebbe un decorso molto rapido e il giovane morì a 15 anni.
Antonia Salzano ha riferito in diverse occasioni che, al momento del ricovero, il figlio le avrebbe detto di sapere che non sarebbe uscito vivo dall’ospedale e di volerle inviare molti segni. Si tratta di una testimonianza personale della madre, entrata nel racconto pubblico degli ultimi giorni di Carlo.
La donna ha inoltre raccontato che circa due mesi prima della morte il ragazzo aveva registrato un video nel quale parlava del proprio peso e della possibilità di morire. Nel giro di pochi giorni, la malattia portò alla sua scomparsa, lasciando una vicenda destinata in seguito ad assumere un rilievo crescente nella Chiesa cattolica.

Dopo la morte, la devozione intorno a Carlo Acutis è cresciuta progressivamente. Il giovane è stato proclamato beato nel 2020 e santo nel 2025, diventando per molti fedeli un riferimento legato alla testimonianza religiosa nell’età adolescenziale e all’uso della tecnologia come strumento di comunicazione della fede.
Il percorso di Carlo continua a essere ricostruito a partire dalla sua vita concreta: l’infanzia, gli anni milanesi, la scuola, il volontariato, la malattia e la morte prematura. Una storia breve, segnata da aspetti comuni a molti adolescenti e da una scelta spirituale che, dopo il 2006, ha raggiunto una dimensione internazionale.
La vicenda del giovane santo è raccontata anche in “Il mio nome è Carlo”, film televisivo diretto da Giacomo Campiotti. La produzione ripercorre gli anni dell’adolescenza, il rapporto con Gesù, l’impegno verso gli altri e gli ultimi giorni segnati dalla diagnosi.
Il film è andato in onda domenica 27 settembre in prima serata su Canale 5 e sarà disponibile anche sulla piattaforma Mediaset Infinity. Il racconto televisivo riporta al centro la storia di un ragazzo morto a 15 anni, la cui figura è stata successivamente riconosciuta dalla Chiesa fino alla canonizzazione.