di Vincenzo Paglia
Per iniziativa del quotidiano La Stampa, in accordo con la Regione Piemonte, il 30 ottobre 2026 si è tenuto a Torino il convegno “Vivere a lungo, vivere meglio”, dedicato alla popolazione anziana. L’intento è un cambiamento radicale del modello di assistenza. Non basta cioè aggiungere qualche servizio a un’organizzazione che fatica già oggi a rispondere ai bisogni. Occorre quello che ho più volte chiamato un rovesciamento di paradigma: l’anziano non più considerato come un problema, ma come una risorsa.
E vorrei subito sgomberare il campo da un equivoco. Per parte mia non ho mai inteso affermare che le Residenze sanitarie assistenziali siano inutili al sistema. La questione, infatti, non è cancellare le Rsa, ma trasformarle: da “monadi”, isolate dal contesto, dove talvolta finiscono anche anziani pur autosufficienti ma soli e senza alternative reali, a centri aperti al territorio e al domicilio delle persone. Come peraltro afferma la grande legge di riforma 33 del 2023 ed il suo decreto attuativo, il 29 del 2024.
Va tenuto presente inoltre che dei 3 milioni di anziani non autosufficienti over75 solo 260 mila sono nelle Rsa. Gli altri 2,7 milioni sono nelle loro case spesso abbandonati. Il problema più grave è proprio in questa seconda parte della popolazione.

Il senso della proposta che, insieme al professor Leonardo Palombi, in accordo con il Presidente Cirio della Regione Piemonte, ho avanzato e ribadito a Torino è quello di mettere al servizio della grande fascia degli anziani soli anche le RSA. Ed ecco la proposta: ad ogni posto letto in Rsa devono corrispondere cinque anziani assistiti a casa. Non si tratta di uno slogan contro le strutture residenziali, ma di un progetto che chiede loro di diventare protagoniste di un sistema più ampio. Le competenze maturate dentro le strutture devono incontrarsi con quelle di chi ha sempre lavorato nelle case – i domiciliaristi – per raggiungere anche chi vive fuori, sostenere le famiglie, accompagnare le diverse fasi della fragilità.
Intorno all’assistenza residenziale dobbiamo costruire un continuum di servizi: risposte domiciliari, centri diurni, accoglienze temporanee, sollievo per i familiari e residenzialità quando necessaria, e ancora: sostegno al cohousing, all’abitare insieme di nuovo, sanità digitale, telemedicina di supporto. Servono possibilità diverse, flessibilità e passaggi accompagnati, non una scelta obbligata tra due sole condizioni. Oggi, troppo spesso, il modello è quello del tutto o niente: o dentro una struttura o fuori, con il rischio che “fuori” significhi soprattutto essere soli.
Paradossalmente, proprio un vincolo di apertura imposto alle Rsa — raggiungere, con tutta la gradualità necessaria, cinque assistenze domiciliari per ogni posto letto — potrebbe far nascere quella presa in carico continuativa a casa che ancora manca a tante persone. Non una prestazione occasionale, ma una responsabilità che dura nel tempo, con interlocutori riconoscibili e un progetto costruito sui bisogni dell’anziano.
A chi obietta che una media di tredici ore settimanali – quanto abbiamo proposto- sia insufficiente, desidero ricordare il punto dal quale partiamo. Il monitoraggio della Uil Pensionati, pubblicato il 24 febbraio 2026 e basato, per le ore erogate, sull’Annuario del Servizio sanitario nazionale relativo al 2023, indica per il Piemonte una media di appena sette ore annue di assistenza domiciliare integrata per assistito.
Tredici ore alla settimana significano, su un anno intero, oltre novanta volte quel monte ore. Naturalmente non stiamo confrontando pacchetti di prestazioni identici: l’Adi riguarda interventi sanitari, mentre la nostra proposta vuole integrare cura e sostegno alla vita quotidiana. Ma proprio questa differenza mostra quanto sia necessario allargare lo sguardo, passando dalla singola prestazione alla continuità dell’assistenza. Proponiamo una base media da articolare secondo i bisogni, dentro una rete capace di non lasciare sole le persone e le loro famiglie. È un salto di qualità sul quale vale la pena lavorare.
La proposta prevede anche un contributo dei beneficiari per la componente sociale, non per quella sanitaria: nell’assetto che immaginiamo, un onere ridotto a circa un terzo rispetto a quanto sostenuto nelle strutture e comunque con garanzia ISEE. È un obiettivo da verificare nella concretezza della sperimentazione, garantendo equità e senza trasferire sulle famiglie responsabilità che spettano al sistema pubblico.

A Torino mi è sembrato di osservare, nel mondo dell’assistenza residenziale, una disponibilità al confronto che desidero raccogliere. Vorrei perciò manifestare qui tutta la nostra disponibilità a dare vita a iniziative concrete di sperimentazione. Ho molto apprezzato che, in conclusione, il direttore della Stampa abbia rivolto a tutti un forte invito a fare, a costruire, a risolvere. Su questo terreno sono pronto a seguirlo: mettere alla prova le proposte, individuare i problemi, misurare i risultati e correggere ciò che non funziona.
La sperimentazione che immagino ha bisogno di un sistema di alleanze, di un vero ecosistema che sostenga il rapporto di cinque assistenze domiciliari per ogni posto residenziale. Penso anzitutto ai giovani piemontesi parzialmente occupati e a quelli che non studiano e non lavorano, i cosiddetti Neet. Non come manodopera di ripiego, ma come persone alle quali offrire formazione, lavoro dignitoso e un compito socialmente significativo, nel rispetto delle competenze professionali necessarie e con la dovuta formazione. L’incontro tra generazioni può diventare una risorsa concreta tanto per chi riceve assistenza quanto per chi cerca un posto nella società.
Penso poi ai caregiver, ai familiari che ogni giorno sostengono una parte enorme del lavoro di cura. Non possiamo limitarci a lodarne il sacrificio: dobbiamo fornire formazione, strumenti informativi, sostegni sociali e assistenziali, occasioni di sollievo. Ne ho parlato recentemente anche con la presidenza dell’Inps. Sostenere chi assiste significa proteggere insieme due fragilità: quella della persona anziana e quella di chi rischia di consumare nella cura tutte le proprie energie.
Questa alleanza deve coinvolgere l’assessorato alle Politiche sociali del Piemonte, così attento al contrasto alla solitudine, i succitati domiciliaristi, ovvero gli enti accreditati anche in Piemonte per l’assistenza domiciliare integrata, i servizi sanitari, gli istituti e le strutture, a partire da esperienze come il Cottolengo, e il Terzo settore. Deve coinvolgere chi da anni difende i diritti degli anziani: la Comunità di Sant’Egidio in primis, sempre in prima linea con un servizio profetico di monitoraggio degli over 80 e di assistenza domiciliare, il sindacato Cisl, la Fondazione Promozione Sociale così impegnata nella tutela delle persone non autosufficienti.
Fare la nostra parte significa anche continuare il dialogo che il presidente Alberto Cirio ha saputo inaugurare nei mesi scorsi, riconoscendo i limiti e la gravità di una situazione destinata a peggiorare se non cambieremo strada. A lui va il mio ringraziamento, insieme all’invito a tenere uniti tutti gli interlocutori e a dare continuità al confronto aperto a Torino.
Il Piemonte può essere il luogo nel quale cominciare, ma il progetto riguarda l’Italia intera. La crescita della longevità ci pone una domanda che non è soltanto organizzativa o finanziaria: quale posto vogliamo dare a chi invecchia? La risposta non può che essere una alleanza di cura della quale essere parte attiva, non solo un recipiente di farmaci o prestazioni. Anche chi è già vecchio aiuterà, con il volontariato, con la preghiera, con l’esperienza, l’ascolto e l’attenzione a dare vita ad un rinascimento umano e culturale di cui oggi sentiamo tanto il bisogno.