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Affitti brevi, arriva la stretta europea: limiti nelle grandi città e freno alle seconde case

Il mercato degli affitti brevi potrebbe essere vicino a una svolta. Bruxelles prepara un nuovo quadro normativo destinato a concedere maggiori poteri alle amministrazioni locali nelle città in cui trovare un’abitazione è diventato particolarmente difficile. Nel mirino finiscono soprattutto gli appartamenti trasformati stabilmente in alloggi turistici e gli acquisti di seconde case destinati all’investimento. Non si tratta, però, di un divieto generalizzato né di una misura già entrata in vigore: quella al centro del dibattito è ancora una proposta europea, il cui contenuto definitivo dovrà affrontare un lungo percorso istituzionale.

La crisi abitativa spinge l’Europa a intervenire

L’aumento dei prezzi delle abitazioni e dei canoni di locazione rappresenta ormai un problema comune a numerose città europee. La pressione risulta particolarmente forte nelle grandi aree urbane e nelle località turistiche, dove una parte consistente degli immobili viene sottratta al mercato residenziale per essere destinata agli affitti di pochi giorni.

Piattaforme come Airbnb e Booking hanno aperto nuove possibilità di guadagno per proprietari e gestori, ampliando contemporaneamente l’offerta disponibile per i visitatori. La crescita del settore ha però prodotto effetti controversi. Nei quartieri centrali delle destinazioni più frequentate, l’espansione delle locazioni turistiche viene accusata di avere ridotto il numero di case disponibili per famiglie, studenti e lavoratori.

La Commissione europea intende quindi costruire un sistema comune attraverso il futuro Affordable Housing Act. L’obiettivo non sarebbe imporre la stessa restrizione in tutto il continente, ma stabilire criteri uniformi attraverso i quali riconoscere le aree in cui esiste una reale emergenza abitativa.

Nascono le aree “sotto stress abitativo”

Il cuore della proposta riguarda l’introduzione della definizione di “area sotto stress abitativo”. Soltanto nei territori riconosciuti ufficialmente come tali le autorità competenti potrebbero adottare le limitazioni più incisive.

Secondo la bozza circolata in questi giorni, uno degli indicatori principali sarebbe il rapporto tra il costo medio di un’abitazione e il reddito disponibile della popolazione locale. Un territorio potrebbe essere considerato sotto pressione quando il prezzo medio di acquisto di una casa raggiunge o supera otto volte il reddito disponibile medio dei residenti.

La fotografia del momento, tuttavia, non sarebbe sufficiente. Il rapporto tra prezzi e redditi dovrebbe essere aumentato anche nel corso degli ultimi dieci anni. Questa seconda condizione permetterebbe di individuare i luoghi nei quali l’accesso alla casa si è progressivamente aggravato, distinguendoli da quelli tradizionalmente costosi ma caratterizzati da una situazione relativamente stabile.

Nella valutazione potrebbero entrare anche altri elementi, come l’aumento della popolazione, la disponibilità di abitazioni, il numero di immobili vuoti e l’andamento della domanda. Lo scopo sarebbe dimostrare che la difficoltà non è momentanea e che, senza un intervento, difficilmente potrà risolversi da sola.

Quali limiti potrebbero essere introdotti

Il riconoscimento dello stress abitativo non determinerebbe automaticamente la chiusura degli alloggi turistici. Offrirebbe però a Comuni, Regioni e governi nazionali una base giuridica più solida per intervenire sul mercato.

Le amministrazioni potrebbero stabilire un numero massimo di notti durante le quali un’abitazione può essere affittata ai turisti nel corso dell’anno. Potrebbero inoltre introdurre licenze obbligatorie, contingentare le autorizzazioni oppure bloccare l’apertura di nuove strutture in determinati quartieri.

Nei casi più delicati potrebbero essere adottati divieti territoriali o limiti al numero complessivo di immobili destinati alle locazioni brevi. Un’amministrazione potrebbe, per esempio, decidere di non concedere nuove autorizzazioni nel centro storico, lasciando operative quelle già esistenti oppure applicando regole differenti nelle zone periferiche.

Le misure dovrebbero comunque rispettare alcuni principi fondamentali. Dovrebbero essere motivate dall’interesse pubblico, proporzionate alla gravità della crisi, limitate al territorio interessato e applicate senza discriminazioni. La bozza sembrerebbe inoltre considerare preferibili i limiti quantitativi e la tutela delle attività già esistenti rispetto a un divieto assoluto.

Il possibile freno alla vendita delle seconde case

Uno degli aspetti più discussi riguarda la possibilità di intervenire anche sull’acquisto e sull’utilizzo degli immobili che non rappresentano l’abitazione principale. Alcuni titoli hanno parlato di uno stop alle vendite, ma la portata della proposta appare più circoscritta.

Non sarebbe prevista la sospensione generalizzata delle compravendite immobiliari. Le autorità potrebbero invece limitare, nelle sole aree sotto stress, gli acquisti finalizzati alla trasformazione delle abitazioni in seconde case, alloggi turistici o investimenti speculativi.

Il possibile intervento riguarderebbe quindi soprattutto chi compra un appartamento senza destinarlo alla propria residenza o a quella di un’altra persona. La prima casa resterebbe esclusa dal perimetro delle restrizioni. Comprare un immobile per andarci a vivere non sarebbe equiparato all’acquisto di numerose abitazioni da inserire stabilmente nel circuito degli affitti turistici.

Si tratta comunque di una materia particolarmente delicata, perché coinvolge la libertà d’impresa e il diritto di proprietà. Per questo ogni eventuale limite dovrebbe essere sostenuto da dati precisi e superare una verifica di proporzionalità.

Che cosa potrebbe cambiare nelle città italiane

In Italia l’eventuale approvazione delle nuove regole potrebbe avere conseguenze soprattutto nelle città d’arte e nelle destinazioni maggiormente esposte al turismo. Roma, Milano, Firenze, Venezia, Bologna e Napoli potrebbero essere tra le realtà da esaminare con maggiore attenzione, insieme a numerose località costiere e montane.

Questo non significa che tutte verrebbero automaticamente dichiarate sotto stress abitativo. Ciascuna area dovrebbe essere analizzata attraverso i parametri definiti dalla disciplina europea e dai successivi provvedimenti nazionali. Anche le restrizioni potrebbero cambiare da una città all’altra, in base alla gravità del problema e alle caratteristiche del mercato locale.

Le conseguenze maggiori ricadrebbero probabilmente sui proprietari di seconde case utilizzate tutto l’anno per ospitare turisti, sulle società che gestiscono numerosi appartamenti e sugli investitori che acquistano immobili esclusivamente per ricavarne rendite attraverso soggiorni brevi.

Diversa sarebbe invece la posizione di chi affitta occasionalmente la propria abitazione principale o una singola stanza. La proposta punta infatti soprattutto alle attività che assumono un carattere stabile e imprenditoriale, non al proprietario che ospita turisti per pochi periodi all’anno per integrare il proprio reddito.

Non solo divieti: il piano per aumentare le abitazioni disponibili

La strategia europea non dovrebbe limitarsi a restringere gli affitti turistici. La stessa Commissione riconosce che intervenire sulle seconde case può offrire un sollievo nel breve periodo, ma non risolve le cause strutturali della crisi.

Il piano prevede quindi anche un’accelerazione nella costruzione e nella ristrutturazione degli immobili, procedure amministrative più rapide e maggiori investimenti nell’edilizia sociale e convenzionata. Le autorità sarebbero invitate a recuperare edifici vuoti o sottoutilizzati, semplificare i cambi di destinazione e aumentare il numero di alloggi offerti a prezzi inferiori a quelli di mercato.

Un’attenzione specifica sarebbe riservata ai giovani, agli studenti, agli apprendisti e ai lavoratori essenziali, come insegnanti e operatori sanitari, che spesso non riescono più a sostenere il costo della vita nelle città in cui lavorano.

Il principio è che la crisi abitativa non possa essere attribuita esclusivamente alle piattaforme turistiche. Tra le cause figurano anche la lentezza delle autorizzazioni, la scarsità di nuovi alloggi, l’insufficienza degli investimenti pubblici, la presenza di immobili inutilizzati e la difficoltà di adattare il patrimonio edilizio alle nuove esigenze.

Perché le associazioni del settore sono preoccupate

Le organizzazioni che rappresentano proprietari e gestori di affitti brevi temono che le nuove regole possano favorire restrizioni eccessive. Secondo gli operatori, limitare indiscriminatamente gli appartamenti turistici rischierebbe di ridurre l’offerta ricettiva, danneggiare le economie locali e penalizzare le famiglie che utilizzano la seconda casa per ottenere un reddito supplementare.

Un altro punto controverso riguarda l’effettivo peso degli affitti brevi sull’aumento dei prezzi. I sostenitori della stretta ritengono che il trasferimento di molti appartamenti dal mercato residenziale a quello turistico riduca l’offerta e faccia crescere i canoni. Gli operatori replicano che il problema dipende soprattutto dalla mancanza di nuove costruzioni, dagli immobili vuoti e dalle debolezze delle politiche abitative.

Il confronto sarà quindi intenso. La normativa dovrà trovare un equilibrio tra il diritto delle persone ad accedere a un’abitazione, la libertà dei proprietari di utilizzare i propri immobili e il ruolo economico del turismo.

La proposta non è ancora una legge

La precisazione più importante riguarda i tempi. Le limitazioni descritte non sono già operative e non scatteranno automaticamente nei prossimi giorni. L’Affordable Housing Act dovrà essere presentato ufficialmente dalla Commissione europea e successivamente discusso dal Parlamento europeo e dagli Stati membri.

Durante il percorso il testo potrà essere modificato anche in maniera significativa. Soltanto dopo l’approvazione definitiva sarà possibile conoscere quali poteri verranno realmente riconosciuti alle amministrazioni e con quali tempi dovranno essere applicati.

La direzione politica appare comunque chiara: Bruxelles vuole offrire alle grandi città strumenti più efficaci per proteggere il mercato residenziale dall’espansione incontrollata delle locazioni turistiche e degli investimenti sulle seconde case. Non è ancora uno stop ad Airbnb né un blocco delle vendite immobiliari, ma potrebbe diventare il primo vero quadro europeo capace di cambiare le regole del settore.

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