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Allarme terapie intensive, dieci Regioni a rischio collasso. Medici di base: “Cittadini in autolockdown”

L’arrivo di una seconda ondata di contagi di Coronavirus è ormai realtà, e l’allarme è sempre lo stesso: contenere la situazione negli ospedali e nelle terapie intensive. Proprio nei giorni in cui la crescita delle ospedalizzazioni preoccupa non poco gli esperti, emerge che l’atteso aumento dei posti di terapia intensiva (fino a 9.300) è un bel pasticcio. È questo uno dei principali indicatori della (vera) crisi, mentre da più parti si lamenta il fatto che in questi nove mesi di emergenza non si è fatto abbastanza: né nell’ampliare il numero dei posti letto, né nel mettere mano alla medicina territoriale. Almeno 3.000 posti, per i quali il governo ha stanziato i fondi, sono ancora da realizzare. Per questo molte regioni sono già vicine al limite della saturazione dei posti in rianimazione, se si considerano quelli strutturali e quelli aggiunti e riservati solo ai pazienti Covid. “In dieci Regioni la tenuta delle terapie intensive è particolarmente a rischio, poiché ci si sta avvicinando alla soglia massima fissata dal ministero della Salute del 30% di posti dedicati a malati Covid occupati – ha affermato l’Associazione anestesisti rianimatori ospedalieri italiani-emergenza area critica -; tuttavia, ci troviamo in una situazione di allerta in tutte le Regioni perché si rischia una saturazione dei posti Covid”.

Le regioni a rischio collasso
L’allarme Coronavirus arriva anche dal ministero della Salute e Iss. “Si assiste a un’accelerazione nell’evoluzione dell’epidemia, ormai entrata in una fase acuta con aumento progressivo nel numero dei casi” e con “evidenze di criticità nei servizi territoriali ed aumenti nel tasso di occupazione dei posti letto in terapia intensiva e area medica che rischiano, in alcune Regioni e province autonome di raggiungere i valori critici nel prossimo mese”. Secondo il monitoraggio settimanale di ministero della Salute e Iss, le dieci Regioni con un rischio definito alto per la tenuta delle terapie intensive sono: Abruzzo, Campania, Emilia Romagna, Liguria, Lombardia, Puglia, Sardegna, Toscana, Umbria e Valle d’Aosta.
L’allarme di Arcuri
A lanciare l’allarme oggi, insieme alla cronaca degli ospedali di tutta Italia che si stanno man mano saturando, è il commissario per l’Emergenza, Domenico Arcuri. “In questi mesi alle Regioni abbiamo inviato 3.059 ventilatori polmonari per le terapie intensive, 1.429 per le subintensive. Prima del Covid le terapie intensive erano 5.179 e ora ne risultano attive 6.628 ma, in base ai dispositivi forniti, dovevamo averne altre 1.600 che sono già nelle disponibilità delle singole regioni ma non sono ancora attive. Chiederei alle regioni di attivarle”, avrebbe detto Arcuri al termine della conferenza Stato-Regioni di oggi. “Abbiamo altri 1.500 ventilatori disponibili, ma prima di distribuirli vorremmo vedere attivati i 1.600 posti letto di terapia intensiva per cui abbiamo già inviato i ventilatori”.
Dunque più posti sì, ma non tutti effettivamente disponibili e soprattutto non tutti riservati a malati Covid, ma medici rianimatori non sufficienti e ventilatori finiti non si sa dove. Intanto i medici di base lanciano l’appello: “E’ giunto il momento che i cittadini considerino la necessità di un autolockdown per limitare al massimo il rischio di contagio a fronte dei numeri in preoccupante crescita”.

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