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Arrigo Cipriani chiude lo storico Harry’s Bar: “A queste condizioni è meglio andare in pensione”

Un uomo atipico e straordinariamente attivo nonostante l’età. E’ Arrigo Cipriani, 88 anni, titolare dell’Harry’s Bar di Venezia, lo storico locale a due passi da piazza San Marco, tanto caro a Truman Capote, Charlie Chaplin e Ernest Hemigway, lo stesso citato da Fabrizio De Andrè nella canzone Rimini. Dopo una lunga carriera, solo il coronavirus è riuscito a fermare Cipriani, che di fronte alle misure previste dall’Inail per la riapertura dei locali, potrebbe decidere di non riaprire più il suo storico bar veneziano. “Io voglio aprire, a tutti i costi, ma non con le regole imposte dall’Inail. Solo chi non ha idea di cosa sia questo mestiere può imporci ciò che sto leggendo in questi giorni”. In un’intervista a Repubblica, il proprietario dello storico locale veneto, si scaglia contro le regole che decimerebbero i posti del suo locale. “La ristorazione italiana vuol dire accoglienza e buon cibo. Ha bisogno di affetto, di libertà, e queste sono cose da lager – ha incalzato Cipriani – regole da geometra, la ristorazione italiana ha bisogno di altro. Questi signori di Roma si preoccupano per la nostra salute, ma non si preoccupano di quello che verrà dopo: la morte per fame, perché con queste misure si morirà di fame”. Ed ecco dunque che per la prima volta sta pensando seriamente di mollare: “A queste condizioni è meglio andare in pensione”.

Addio a 91 anni di storia
“Solo chi non ha idea di cosa sia questo mestiere può imporci ciò che sto leggendo in questi giorni”, ha raccontato amareggiato Cipriani. Di fronte ai numeri che gli sarebbero imposti non gli converrebbe neppure aprire: “Secondo questi esperti io dovrei imporre un metro di distanza ai commensali e rispettare quattro metri tra un tavolo e l’altro. All’Harry’s Bar passerei da 150 coperti a 10. Vorrà dire che 91 anni di storia se ne andranno via così, per i calcoli di 400 esperti o, ancor peggio, per i numeri imposti da un algoritmo”.
A Hong Kong imposto solo un metro di distanza

Il titolare lamenta che solo in Italia ci sono regole così stringenti: “Ho aperto ristoranti in ogni parte del mondo, da New York a Miami, da Londra a Montecarlo, e ancora ad Abu Dhabi, Dubai e Hong Kong. A Hong Kong ci hanno imposto un metro di distanza tra un tavolo e l’altro. Questo è ragionare, questo è aver voglia di ripartire”. E a questo si aggiunge anche la responsabilità del titolare in caso di contagio di un dipendente: “Qui a Venezia ho 75 dipendenti. Vengono al lavoro in tram, in vaporetto, in treno. Come si può sapere se il contagio è avvenuto al lavoro o in viaggio. È proprio la filosofia che non va bene: infierire sull’imprenditore brutto e cattivo”.Cipriani lo aveva già detto martedì scorso: “Lunedì non riapro, con quelle linee guida è impossibile. Sono condizioni demenziali scritte da gente senza idee e se resteranno così, non si riapre né lunedì né mai più”. Il locale era stato chiuso l’ultima volta nel 1943: “Allora fu requisito dai repubblichini. Adesso sta per essere chiuso dalle menti sublimi dell’Inail”.

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