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Arrogante, solitario, provocatorio: così il Capitano è naufragato in Emilia Romagna

Nel Matteo Salvini che prometteva fuoco e fiamme che invece alla fine, laconico, commenta la sconfitta in Emilia Romagna con un banale “c’è stata partita”, c’è la sintesi di un’elezione che il leader della Lega ha tentato di vincere trasformando la tornata elettorale in un referendum su di sé. E che ha perso, nella Regione delle Sardine alle quali lo stesso Partito Democratico ha riconosciuto un ruolo chiave per evitare la spallata della Lega. La famosa “citofonata a Palazzo Chigi” per sfrattare il governo Conte non arriverà, al contrario di quelle (discusse e discutibili) a cittadini accusati di spacciare droga.

Il Capitano ha preso un candidato poco convincente, Lucia Borgonzoni, relegandola al ruolo di semplice spalla in quello che doveva essere un tour trionfale, su e giù per ogni vicolo, ogni piazza dell’Emilia Romagna a rastrellare fino all’ultimo voto sfruttando il suo carisma, le sue trovate sceniche, i suoi modi bruschi e diretti. Ha finito per farsi percepire nella maniera contraria: arrogante, egocentrico, disposto a tutto pur vedere aumentare ulteriormente il suo consenso in quei sondaggi diventati pian piano una vera e propria ossessione. I cittadini, alla fine, gli hanno voltato le spalle, affollando le urne per premiare, però, l’antagonista Bonaccini.
Una battuta di marcia inaspettata, per quel leader che prometteva di fare la rivoluzione, di cacciare “i comunisti” dall’Emilia dopo 70 anni di regno incontrastato. Un flop che brucia, perché a penalizzare quello che si propone come “l’uomo del popolo” è stata proprio l’alta affluenza alle urne. A poco sono serviti gli sberleffi ai Cinque Stelle, partito praticamente sparito dai radar politici, per cercare di mascherare una delusione che c’è ed è concreta, tangibile.Salvini ha perso perché ha tentato di imporre la retorica dell’uomo forte e solitario, senza una squadra. Lui al centro, gli altri esponenti del suo partito semplici comparse, lontane, quasi intangibili. Ha innestato la retromarcia ed è tornato, nella regione del Papeete, a quell’estate in cui chiedeva pieni poteri, con toni da aspirante dittatore. Ha finito per essere punito in tutte le zone in cui la sua presenza è stata più martellante, Bibbiano in primis, tranne che dalle parti dello stesso Papeete, locale dove tra un cocktail e l’altro era nata la crisi di governo meno sensata della recente storia politica italiana. Di queste elezioni, al Capitano è rimasto in mano il bicchiere, vuoto, del mojito.

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