Cultura

E se Attila fosse stato un sovranista? La curiosa lettura dell’opera di Verdi

A Milano uno dei protagonisti del Santo Natale 2018 è stato Attila, il flagello di Dio, il più cattivo dei cattivi. Ha aperto la stagione lirica alla Scala e continua ad andare in scena in questi giorni di festa. Gianni Barbacetto, in uno straordinario pezzo, ha dato la sua lettura dell’opera, rapportandola al presente e inventando una ipotetica lettera di Attila a noi contemporanei italici. Che fa così: “Sono Attila. Denigrato da secoli. Anche se questa storia del flagello di Dio mi attribuisce, forse contro la volontà dei miei detrattori, un ruolo nel disegno divino che tanti buoni non hanno e che quel voltagabbana di don Lisander, passato dalla Rivoluzione alla Provvidenza, forse avrebbe comunque capito meglio di tanti storici.

Ma lasciamoli stare, gli storici, che su di me hanno scritto tutto e il contrario di tutto. In questi giorni mi state raccontando come mi ha immaginato Giuseppe Verdi e il suo librettista, Temistocle Solera. In verità, come spiega uno che se ne intende, Alberto Mattioli, Verdi s’imbatté in me leggendo De l’Allemagne di madame de Staél, che citava una ‘terribile tragedia’, Attila der Hunnen, scritta nel 1809 da Werner Zacharias.

Dunque io sono il cattivo che arriva a portare la guerra e, in tempi di sovranismi e di jihad, chissà che cosa volete vedere in me. Li ho sentiti, mentre mi stavo preparando ad andare in scena alla prima della Scala, i dieci minuti d’applausi al presidente della Repubblica. Garante delle istituzioni e della democrazia contro i barbari. E ci sta. È il ruolo che gli affida la vostra Costituzione e lo svolge bene, con equilibrio e senza forzature. Ma poi, dopo aver applaudito, ascoltate bene anche quello che succede nell’opera. Sarei io il cattivo? In una delle scene più forti viene da me il buono, Ezio, il valoroso, coraggioso, eroico generale romano che dovrebbe combattermi per difendere la sua patria.

E sapete che cosa mi propone? Di fare a mezzo, di spartirci il bottino. Tanto, dice, l’imperatore d’Occidente a Roma è un ‘giovane imbelle’ e quello d’Oriente a Costantinopoli è ‘tardo per gli anni e tremulo’. Dunque, ‘tutto sarà disperso quand’io mi unisca a te’. L’eroe della patria mi propone di tenermi il mondo intero e di dare a lui Roma: ‘Avrai tu l’universo, resti l’Italia a me’. Bel patriota, questo Ezio. Io che ammetto non sono uno stinco di santo, a questo punto esplodo: ‘Dove l’eroe più valido /è traditor, spergiuro, / ivi perduto è il popolo / e l’aere stesso impuro / ivi è impotente il Dio / ivi codardo è il re’.

E questa Odabella, che agita con tanta passione la bandiera tricolore? Ma per favore. Le salvo la vita perché ha combattuto eroicamente ad Aquileia, che ho raso al suolo dopo avergli ucciso il padre. Mi chiede la mia spada e gliela concedo, perché io riconosco il valore. Le impongo di venire con me e lei accetta, con disperazione del suo fidanzato geloso, Foresto, che non ha tutti i torti a non fidarsi di lei. Gli dice che sta con me solo per potermi uccidere e vendicare il padre, come Giuditta con Oloferne, e va be’. Poi, quando Foresto e quel traditore di Ezio, incapace di sconfiggermi in guerra e di comprarmi in pace, confezionano una congiura con calice avvelenato per uccidermi, Odabella mi salva.

Lo strangolerei con le mie mani, quell’imbecille di Foresto. Invece le dò retta e lo lascio in vita. Sarò anche feroce, barbaro e sovranista, ma mi trovo a essere l’unico a credere nel valore e nella lealtà, accerchiato da politicanti traditori, felloni e affamatori del popolo. Vado così incontro alla morte, per mano di quella sciacquetta di Odabella che usa per uccidermi l’arma che io stesso le ho dato. Non è lei però a salvare Roma, che io rinuncio ad attaccare: non per paura degli uomini, ma per timore divino. E ditemi, dopo tutto ciò: sarei io il barbaro?”.

 

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