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Bergamo, la rianimatrice Claudia: “La mia emozione quando li vedo riaprire gli occhi”

Claudia Paleologo ha 33 anni ed è palermitana. Lavora come anestesista nella terapia intensiva dell’ospedale Humanitas Gavazzeni di Bergamo, che dal 21 febbraio è stato convertito a ospedale Covid, nella città italiana più colpita dalla tragica epidemia. Claudia è alla sua prima esperienza professionale: si è specializzata l’11 febbraio a Palermo e il 17 febbraio ha iniziato a lavorare a Bergamo. Quattro giorni dopo, il 21, l’inizio dell’onda di piena bergamasca e dunque la conversione dell’ospedale, che oggi accoglie 218 pazienti Covid. Claudia racconta la sua storia e la sua esperienza a Repubblica: “Io sono ambiziosa, volevo e voglio imparare tanto. Mi interessava iniziare facendo un’esperienza di terapia intensiva. Dalla Sicilia mi sono spostata qui e sapevo che avrei avuto un’opportunità per crescere”.

L’opportunità a Claudia gliel’ha offerta il Covid-19: dopo quattro giorni di ambientamento, è incominciato ad arrivare un flusso ininterrotto di pazienti. “Abbiamo convertito gli spazi del blocco operatorio per ampliare la terapia intensiva: da 12 a 33 posti letto. Arrivo alle 7.30 e finisco alle 20, che poi a volte diventano le 22, anche le 23, nei giorni peggiori. Ti dimentichi del tempo. Togli la mascherina dopo dodici ore in reparto. Devi solo aspettare, metti un po’ di pomata ma tanto poi si ricomincia». L’impronta sul volto di medici e infermieri è ormai segno di virtù e di sacrificio.

Il coronavirus ha già falciato 77 medici, 23 infermieri e decine di operatori del 118. “Tutto avrei immaginato tranne che iniziare questo mestiere fronteggiando l’assedio di un’epidemia. Nel suo epicentro, a Bergamo. Ma io sono privilegiata: ho studiato per questo. Il dramma che stiamo vivendo è un’esperienza tragica ma mi dà la possibilità di fare quello che volevo: è da quando ero bambina che desidero aiutare gli altri. Nella mia famiglia non ci sono medici. Non posso dire ‘sono una grande intensivista’. Ma poter dare un mio contributo sul campo mi rende felice”.

“Le emozioni le hai eccome. Ma le contieni, perché non aiutano a fare le scelte giuste per il tuo assistito. Quando entri in terapia intensiva devi concentrarti sul paziente, devi essere lucida e fredda. Però certo ci sono momenti di emozione che catturi e tiene con te. Ai malati intubati e sedati sollevi la palpebra per fare l’esame morfologico alle pupille. C’è una paziente. Dopo settimane di intubazione che ha iniziato a migliorare. Le palpebre si sono alzate da sole. Ho visto questi occhi azzurri, bellissimi, profondi. Mi sono chiesta: come è possibile che non li avevo notati prima, quando alzavo io le palpebre? Avevano ripreso vita e l’abbiamo estubata. Che bella sensazione”.

Ha paura? “No. Prudenza sì, paura no. Noi medici non siamo eroi e nemmeno kamikaze. Bisogna usare i dispositivi di protezione individuale. Sempre. Non azzeri i rischi ma li minimizzi. La mattina arrivo 20 minuti prima. Mi bardo. Tuta, doppi guanti, visiera, occhiali, maschera, calzari, copriscarpa. Qui ci sono due persone che controllano nell’area vestizione e svestizione. Appena si riemerge voglio andare a trovare i miei a Palermo”.

 

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