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Caro energia, il governo prepara più spesa nel 2027-2028: la flessibilità Ue incontra il debito al 138,9%

Vertice a Palazzo Chigi tra Giorgia Meloni, Matteo Salvini, Antonio Tajani e Maurizio Lupi: accordo sull’utilizzo della National Escape Clause per contrastare i costi energetici. Ma il margine europeo non è un finanziamento di Bruxelles e potrà essere destinato soprattutto agli investimenti che riducono la dipendenza dai combustibili fossili.

ROMA, 22 luglio 2026 – La decisione politica arriva nel pomeriggio di martedì 21 luglio, al termine di un vertice convocato a Palazzo Chigi per definire le priorità economiche del governo in vista dell’autunno. Attorno al tavolo, insieme alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, siedono i due vicepremier Matteo Salvini e Antonio Tajani e il leader di Noi Moderati Maurizio Lupi.

Il punto centrale della riunione è l’utilizzo della maggiore flessibilità ottenuta in sede europea per gli investimenti nel settore energetico. La nota diffusa dalla Presidenza del Consiglio parla di una “piena condivisione” tra i leader della maggioranza sull’ipotesi di accedere alla National Escape Clause e di concentrare nel 2027 e nel 2028 la maggiore capacità di spesa contro il caro energia. Qualsiasi decisione definitiva, precisa Palazzo Chigi, dovrà comunque passare dal Parlamento e seguire l’iter previsto dalle regole europee. 

La scelta del governo nelle stesse ore del nuovo dato sul debito

Il vertice si svolge nelle stesse ore in cui Eurostat pubblica un dato che rende ancora più evidente la delicatezza della scelta italiana. Alla fine del primo trimestre del 2026, il debito pubblico dell’Italia ha raggiunto il 138,9% del prodotto interno lordo, con un aumento di 1,8 punti percentuali rispetto alla fine del 2025.

L’Italia presenta così il secondo rapporto debito-Pil più elevato dell’Unione europea, preceduta soltanto dalla Grecia, attestata al 143,5%. Subito dopo vengono Francia, Belgio e Spagna. Il dato italiano assume un rilievo particolare perché mostra come ogni nuova decisione di spesa debba essere valutata non soltanto in base agli effetti immediati su famiglie e imprese, ma anche considerando il costo futuro del debito e degli interessi. 

La fotografia economica del 21 luglio contiene quindi due notizie apparentemente contrapposte. Da una parte, il governo sceglie di preparare una risposta fiscale più ampia contro i costi dell’energia. Dall’altra, le statistiche europee certificano che lo spazio di manovra italiano resta limitato da uno dei debiti pubblici più elevati del continente.

Dalle accise sui carburanti al pressing italiano su Bruxelles

La decisione di Palazzo Chigi è l’ultimo passaggio di una trattativa iniziata durante la primavera, quando il rincaro di petrolio e gas legato al conflitto in Medio Oriente ha spinto il governo a intervenire sui carburanti.

Il 30 aprile il Consiglio dei ministri aveva prorogato per altre tre settimane il taglio delle accise. La riduzione era stata mantenuta a 20 centesimi al litro per il gasolio, mentre per la benzina era stata ridotta a 5 centesimi. Giorgia Meloni aveva spiegato che, rispetto ai livelli precedenti alla crisi, il prezzo della benzina era aumentato del 6% e quello del diesel del 24%.

Fino a quel momento, lo Stato aveva già impiegato circa 700 milioni di euro per finanziare poco più di quaranta giorni di riduzioni fiscali sui carburanti. Il costo complessivo degli interventi avrebbe poi raggiunto circa un miliardo di euro. Le misure, però, avevano una durata limitata e producevano un effetto diretto sul bilancio pubblico senza modificare strutturalmente la dipendenza energetica italiana. 

È in questo contesto che Antonio Tajani aveva chiesto alla Commissione europea di trattare le spese per l’emergenza energetica in modo analogo agli investimenti per la difesa. La proposta iniziale italiana puntava a un margine molto ampio, potenzialmente vicino all’1,5% del Pil e quindi, secondo le stime circolate in aprile, a circa 35 miliardi di euro.

Bruxelles non ha accolto integralmente la richiesta. Dopo settimane di confronto, la Commissione ha però autorizzato gli Stati a utilizzare una parte della flessibilità fiscale originariamente prevista per la difesa anche per investimenti capaci di ridurre la dipendenza da petrolio e gas.

Che cosa consente davvero la National Escape Clause

La National Escape Clause è uno strumento delle regole fiscali europee che permette a uno Stato di discostarsi temporaneamente dal percorso concordato per la crescita della spesa pubblica o dal sentiero correttivo imposto nell’ambito di una procedura per disavanzo eccessivo.

Non si tratta, dunque, di un fondo europeo e nemmeno di un trasferimento di denaro da Bruxelles. La Commissione non consegna nuove risorse all’Italia: autorizza il governo ad aumentare determinate spese o il deficit senza considerare automaticamente quella deviazione come una violazione delle regole del Patto di stabilità.

La differenza è sostanziale. Le risorse dovranno comunque essere reperite attraverso il bilancio nazionale, mediante nuove entrate, riduzioni di altre spese oppure maggiore indebitamento. La clausola attenua il vincolo europeo, ma non cancella il costo economico delle misure e non riduce il debito necessario per finanziarle. 

Per l’energia, la Commissione ha previsto una flessibilità massima pari allo 0,3% del Pil in ciascuno degli anni 2026, 2027 e 2028, con un tetto cumulato dello 0,6% del Pil nell’intero triennio.

La flessibilità potrà essere riconosciuta anche per misure adottate a partire dal febbraio 2026, ma soltanto quando gli interventi contribuiscono alla transizione dai combustibili fossili verso forme di energia più pulite. Tra gli esempi indicati da Bruxelles figurano l’acquisto di veicoli elettrici, l’installazione di pompe di calore, pannelli solari e sistemi di accumulo.

Restano invece esclusi gli interventi destinati semplicemente a ridurre il prezzo dei combustibili fossili. La Commissione ha chiarito che tagli generalizzati alle accise su benzina e gasolio non possono essere finanziati attraverso questa particolare flessibilità. 

Lo spazio teorico vale circa 13,5 miliardi

Per comprendere l’ordine di grandezza della decisione, si può utilizzare come riferimento il Pil nominale italiano del 2025, pari secondo l’Istat a 2.258 miliardi di euro.

Su questa base, lo 0,3% del Pil corrisponde a circa 6,8 miliardi di euro, mentre lo 0,6% equivale a circa 13,5 miliardi. Si tratta di una stima puramente indicativa: il valore effettivo dipenderà dal Pil aggiornato, dalle misure che il governo presenterà, dalla loro ammissibilità e dalla valutazione della Commissione europea.

Il tetto di circa 13,5 miliardi non deve quindi essere interpretato come uno stanziamento già deciso. Rappresenta il limite teorico entro il quale il governo potrebbe costruire un programma di investimenti energetici distribuito tra il 2027 e il 2028. 

È proprio su questo passaggio che si concentrerà il confronto politico dei prossimi mesi. La maggioranza ha indicato la direzione, ma non ha ancora comunicato l’importo che intende utilizzare, la distribuzione delle risorse, i beneficiari e gli strumenti operativi.

Bollette più leggere o investimenti di lungo periodo?

La questione più importante per famiglie e imprese riguarda gli effetti concreti della decisione.

Nel comunicato di Palazzo Chigi si parla di contrasto al caro energia e di sostegno alle famiglie e al sistema produttivo. Le regole indicate dalla Commissione, tuttavia, sembrano orientare la maggior parte delle risorse verso investimenti strutturali, più che verso riduzioni immediate e generalizzate delle bollette.

Un incentivo per sostituire una caldaia a gas con una pompa di calore può ridurre i consumi energetici nel medio periodo, così come un contributo per installare pannelli fotovoltaici e batterie può diminuire il costo dell’elettricità per una famiglia o un’impresa. L’effetto, però, non è necessariamente immediato e richiede un investimento iniziale, procedure amministrative e tempi di realizzazione.

La sfida del governo sarà quindi costruire strumenti capaci di produrre un beneficio economico sufficientemente rapido senza trasformare la flessibilità europea in una nuova stagione di bonus frammentati, difficili da controllare o concentrati sui soggetti con maggiore capacità di anticipare la spesa.

Per le imprese, in particolare, potrebbero essere ipotizzati crediti d’imposta o contributi per l’efficienza energetica, l’autoproduzione, i sistemi di accumulo e l’elettrificazione dei processi industriali. Per le famiglie, il governo potrebbe intervenire sugli edifici, sugli impianti di riscaldamento e sulla mobilità, con una particolare attenzione ai nuclei economicamente più fragili.

Inflazione al 3% e famiglie meno abbienti più esposte

La scelta del governo interviene mentre l’inflazione continua a risentire delle tensioni energetiche. A giugno 2026, secondo l’Istat, l’aumento dei prezzi al consumo si è attestato al 3% su base annua, in rallentamento rispetto al 3,2% di maggio. Il rallentamento generale non ha però eliminato le pressioni provenienti dall’energia, i cui prezzi hanno registrato una moderata accelerazione.

L’impatto non è uniforme. Nel secondo trimestre del 2026, l’inflazione misurata attraverso l’indice armonizzato europeo è stata del 3,7% per le famiglie con livelli di spesa più bassi e del 2,6% per quelle con maggiore capacità di spesa.

La differenza dipende dalla composizione dei consumi: i nuclei con redditi più contenuti destinano una quota più elevata delle proprie risorse ai beni essenziali, all’abitazione, ai trasporti e all’energia. Per questo motivo, un nuovo aumento delle bollette o dei carburanti produce un effetto proporzionalmente maggiore sui bilanci delle famiglie economicamente più deboli. 

L’energia pesa anche sulla crescita italiana

Il problema non riguarda soltanto il potere d’acquisto. Nel Bollettino economico pubblicato a luglio, la Banca d’Italia rileva che le quotazioni delle materie prime energetiche sono tornate a salire e rimangono superiori ai livelli precedenti all’inizio del conflitto.

Per l’Italia, che importa una parte consistente dell’energia consumata, il rincaro comporta un peggioramento del saldo energetico con l’estero. Più denaro viene destinato all’acquisto di petrolio e gas, meno risorse restano disponibili per consumi, investimenti e produzione interna.

La crescita economica rimane debole. Nello scenario di base della Banca d’Italia, il Pil dovrebbe aumentare dello 0,5% nel 2026, dello 0,4% nel 2027 e dello 0,9% nel 2028. Considerando il migliore andamento del primo trimestre e il diverso numero di giornate lavorative, la crescita del 2026 potrebbe raggiungere lo 0,6%.

I consumi delle famiglie avrebbero già rallentato nel secondo trimestre, mentre l’incertezza geopolitica e l’aumento dei costi energetici stanno frenando gli investimenti. La Banca d’Italia prevede inoltre che il disavanzo energetico del Paese si allarghi. 

In questo quadro, investire nella riduzione della dipendenza dai combustibili fossili non rappresenta soltanto una politica ambientale. È anche una scelta industriale e macroeconomica: diminuire il fabbisogno di energia importata significa rendere il sistema produttivo meno vulnerabile agli shock internazionali e ridurre il trasferimento di ricchezza verso i Paesi fornitori.

Il nodo del deficit e della procedura europea

Il ricorso alla flessibilità energetica potrebbe però modificare il percorso dei conti pubblici. L’Italia ha chiuso il 2025 con un deficit pari al 3,1% del Pil. Le stime della Commissione europea indicano per il 2026 e il 2027 un disavanzo al 2,9%, appena sotto il limite europeo del 3%.

Il quadro programmatico governativo presentato in primavera puntava invece a un deficit del 2,9% nel 2026 e del 2,8% nel 2027. La differenza tra gli obiettivi nazionali e le previsioni europee è già molto contenuta: l’utilizzo della clausola potrebbe assorbire una parte rilevante del margine disponibile. 

Il ricorso alla National Escape Clause non significa automaticamente che il deficit supererà il 3%. Molto dipenderà dall’ammontare effettivamente utilizzato e dalla possibilità di finanziare una parte delle misure attraverso risparmi o maggiori entrate.

È però probabile che la decisione renda più complesso il percorso di uscita dell’Italia dalla procedura per disavanzo eccessivo. La clausola consente una deviazione temporanea e autorizzata, ma il debito continuerà a essere registrato e dovrà essere finanziato sui mercati.

Gli interessi rendono la flessibilità meno gratuita

La Commissione europea stima che la spesa italiana per interessi aumenterà nel 2026 di circa 0,3 punti di Pil, soprattutto a causa dei rendimenti più elevati e dei titoli indicizzati all’inflazione. Bruxelles prevede inoltre che il debito possa raggiungere il 139,2% del Pil entro la fine del 2027. 

Anche la politica monetaria rende il quadro più delicato. A giugno la Banca centrale europea ha aumentato i tassi ufficiali di 25 punti base in risposta alle nuove pressioni inflazionistiche. Tra febbraio e maggio sono saliti, seppure in misura contenuta, sia i costi dei nuovi prestiti alle imprese sia quelli dei nuovi mutui alle famiglie. 

In un Paese con un debito vicino al 140% del Pil, una maggiore spesa pubblica può sostenere l’economia nel breve periodo, ma deve produrre risultati capaci di compensarne il costo. Se le risorse vengono utilizzate per abbassare in modo permanente i consumi energetici, migliorare la produttività e rafforzare le imprese, l’aumento del debito può essere accompagnato da benefici economici duraturi. Se invece viene disperso in misure temporanee o poco selettive, il rischio è lasciare ai bilanci futuri soltanto nuovi interessi da pagare.

Il richiamo del Comitato europeo per le finanze pubbliche

Non tutti, a Bruxelles, hanno accolto favorevolmente l’estensione della flessibilità all’energia. Il Comitato europeo per le finanze pubbliche, organismo indipendente di sorveglianza, ha criticato il rischio che le eccezioni alle regole vengano progressivamente ampliate sotto la pressione dei governi nazionali.

Il Comitato ha riconosciuto la realtà dello shock energetico, ma ha sostenuto che la risposta dovrebbe essere fondata sulla trasformazione del sistema produttivo e non su un generico stimolo alla domanda. Gli eventuali aiuti a famiglie e imprese dovrebbero essere temporanei, selettivi e compensati, evitando di ripetere quanto avvenuto durante la crisi energetica del 2022 e del 2023, quando diversi interventi generalizzati erano rimasti in vigore anche dopo la normalizzazione dei prezzi. 

Questa posizione rafforza la necessità di distinguere tra due tipi di intervento. Il primo riduce temporaneamente il prezzo pagato dagli utenti, trasferendo il costo allo Stato. Il secondo modifica impianti, edifici e processi produttivi, riducendo in maniera permanente la quantità di energia necessaria. Bruxelles vuole che la nuova flessibilità sia concentrata soprattutto sul secondo modello.

Il dossier ETS e la competitività dell’industria

Durante il vertice di Palazzo Chigi è stata esaminata anche la recente proposta della Commissione europea di revisione dell’ETS, il sistema che impone a centrali elettriche e industrie di acquistare quote per le emissioni di anidride carbonica.

Il 17 luglio Bruxelles ha proposto di rallentare la riduzione annuale delle quote disponibili e di prolungare fino al 2038 l’assegnazione gratuita di una parte dei permessi alle industrie più esposte alla concorrenza internazionale. Le agevolazioni sarebbero però legate alla presentazione e all’attuazione di piani di decarbonizzazione. 

Confindustria ha giudicato la proposta insufficiente. Il presidente Emanuele Orsini ha sostenuto che gli interventi avrebbero effetti marginali nel breve periodo e non affronterebbero le criticità strutturali che penalizzano l’industria europea rispetto ai concorrenti internazionali. 

Il tema è direttamente collegato al caro energia. Per molte imprese manifatturiere, il costo finale non dipende soltanto dal prezzo del gas o dell’elettricità, ma anche dagli oneri ambientali, dalla fiscalità, dai costi delle reti e dagli investimenti necessari per adeguare gli impianti. Il pacchetto che il governo preparerà dovrà quindi tenere insieme sostegno immediato, competitività industriale e trasformazione tecnologica.

Le decisioni che ancora mancano

L’accordo raggiunto dalla maggioranza rappresenta una scelta politica, non ancora un provvedimento operativo. Restano da definire l’ammontare della flessibilità che l’Italia intende richiedere, la ripartizione tra il 2027 e il 2028, l’elenco degli investimenti ammissibili e il rapporto tra incentivi destinati alle famiglie e misure rivolte alle imprese.

Dovrà inoltre essere chiarito come il nuovo programma si coordinerà con gli incentivi già esistenti, con le risorse residue del PNRR, con i fondi europei e con la futura legge di bilancio. Sarà decisivo evitare sovrapposizioni, procedure troppo complesse e nuovi crediti d’imposta privi di una copertura finanziaria prevedibile.

Il passaggio parlamentare, espressamente richiamato dalla nota di Palazzo Chigi, sarà anche il momento in cui il governo dovrà indicare l’impatto delle misure sul deficit e sul debito.

La vera sfida sarà la qualità della spesa

Il governo ha scelto di utilizzare una parte della flessibilità europea per rispondere a uno dei principali problemi economici del Paese: l’alto costo dell’energia per famiglie e imprese.

La decisione arriva in una fase caratterizzata da inflazione al 3%, crescita vicina allo zero virgola, costi del credito in aumento e debito pubblico al 138,9% del Pil. In queste condizioni, non sarà sufficiente annunciare nuovi stanziamenti. Sarà necessario dimostrare che ogni euro di maggiore deficit produce una riduzione duratura dei consumi, delle importazioni energetiche e dei costi industriali.

Il vero banco di prova sarà quindi la composizione del pacchetto. Se la flessibilità verrà utilizzata per investimenti mirati, accessibili anche alle famiglie meno abbienti e alle piccole imprese, potrà diventare uno strumento di politica industriale e di sicurezza economica. Se invece si tradurrà in una nuova serie di bonus generalizzati e temporanei, il rischio sarà quello di rinviare il problema, aumentando contemporaneamente il peso del debito

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