Giustizia

Caso Battisti, è Alberto Torregiani il faro da seguire in questa brutta vicenda

Telecamere, diretta Facebook sul canale del ministro Salvini, toni esagerati e trionfali, Bonafede sorridente. Il ritorno in Italia di Cesare Battisti ha catturato l’attenzione dell’intera opinione pubblica. Qualcuno ha scritto che  Battisti è stato “arrestato come un topo e accolto come un divo”. Nel “fare giustizia” una certa sobrietà sarebbe richiesta, per una ragione formale che è anche sostanziale. Si deve giudicare un uomo, devono parlare i fatti. L’abito della giustizia è l’austerità perché essa ha più a che fare con la tragedia che con la commedia. Trasformare un arresto in uno show è confondere i piani: si allestisce una scena per uno spettacolo, non per un giudizio.

Per questo anche in questa occasione il modello da seguire non è Salvini con il giubotto della polizia che vomita altre parole d’odio per accattivarsi il favore della società più triviale, e non è nemmeno Bonafede che il giorno dopo, per emulazione, si fa fotografare con il giubotto della polizia penitenziaria: il modello da seguire è Alberto Torregiani.

A Ciampino si è fatto fin troppo spettacolo. Alberto Torregiani è il figlio adottivo dell’orefice ucciso dai Proletari armati per il comunismo. Da quarant’anni è in sedia a rotelle. Nel 2006 uscì il suo libro “Ero in guerra e non lo sapevo”. Torregiani ha sempre chiesto “giustizia, non vendetta”. E non era una frase fatta, ma carne e sangue. E lo ha ribadito anche in questa occasione. L’orefice aveva conosciuto in ospedale la madre del piccolo Alberto, che stava morendo, e aveva adottato il bambino, insieme con le sue sorelle Anna e Marisa.

Dopo una sparatoria alla pizzeria Transatlantico, fu bollato da alcuni giornali come lo “sceriffo in borghese”, il “giustiziere di Milano”. Titoli che attrassero l’attenzione dei Pac. La solidarietà che circondò Alberto fu una fiammata che si spense presto; poi una storia di ospedali, cure dolorose e inutili, speranze frustrate dalle ricadute e concluse dalla disillusione: il figlio dell’orefice non camminerà più, se non per brevi tratti. Il clima era talmente pensante che Alberto preferì nascondere la propria identità, celare la vera storia, raccontare di essere stato travolto da un’auto pirata.

Ma riuscì a evitare “la trappola più insidiosa, l’odio”, anche quando riesplose il caso Battisti; che quel giorno non era a Milano per la semplice ragione che con altri compagni stava ammazzando a Mestre il macellaio Lino Sabbadin. Torregiani ha sempre detto a Battisti una cosa sola: “Chi sta scontando l’ergastolo non sei tu. Sono io”. Riportarlo in carcere era doveroso. Ora non facciamone il protagonista di una stagione che lo vide comprimario.

Il problema della nostra giustizia oggi è esattamente questo: ogni processo è uno show, ogni persona è un personaggio, ogni sentenza il trailer di un film. Lo si vede quotidianamente rappresentato sui media che hanno smesso di fare cronaca e, ormai da trent’anni, fanno fiction. Mentre, il primo obiettivo di una giustizia che si vuole giusta e di una cronaca che si vuole veritiera dovrebbe essere quello di non disumanizzare, né in senso positivo né in senso negativo, l’uomo che si deve giudicare. Noi stiamo dalla parte di Alberto Torregiani.

 

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