Lavoro

Cassa integrazione e smart working: come le aziende sfruttano i lavoratori ai danni dello Stato

Durante l’emergenza coronavirus, data la chiusura delle attività produttive, sono milioni i lavoratori che hanno sperimentato la modalità dello smart working. Sono però altrettanti quelli che contestualmente sono stati messi in cassa integrazione, pur continuando comunque a lavorare dalla propria abitazione. Come la storia di Marco (nome di fantasia) che lavora a Milano nel marketing di un’importante multinazionale straniera, e da fine febbraio ha attivato la modalità di smart working. Come ha riportato Business insider, da metà aprile Marco è anche in cassa integrazione all’80%: vuol dire che 8 ore la settimana gliele paga l’Inps (4 euro netti l’ora, all’incirca). In sostanza dovrebbe lavorare quattro giorni la settimana (o poco più di sei ore al giorno), ma la sua mole di lavoro non è mai calata. In realtà non è cambiato nulla rispetto a prima se non che il suo stipendio è diminuito e che una parte gliela stanno versano tutti i contribuenti italiani: le riunioni in videoconference si tengono anche nelle ore in cassa; le email continuano ad arrivare ed esigono risposte. Per capire come comportarsi correttamente, Marco ha chiesto alla sua azienda cosa si può e cosa non si può fare in cassa integrazione: “Non dovreste lavorare, ma se state portando avanti un progetto valutate voi. Regolatevi come meglio credete”.

In smart working l’orario di lavoro viene gestito in autonomia dai dipendente. Questo fa sì che il confine tra far lavorare un dipendente in cassa integrazione e truffa ai danni dello Stato diventa molto sottile. Infatti se è il dipendente a scegliere “liberamente” di continuare a svolgere le sue mansioni lavorative, la truffa non c’è. La storia di Marco è simile a quelle di decine di altri lavoratori del terziario: uomini e donne che lavorano in agenzia di pubblicità, nel mondo della comunicazione, dell’arte e della consulenza, attivi in tutte le cosiddette “professioni intellettuali”. Professionisti che spesso lavorano su progetti complessi semplicemente impossibili da quantificare in ore perché a contare è solo la qualità del prodotto consegnato al cliente finale. Che non accetta ritardi. Qualcuno ha scoperto di essere stato messo in essere messo in cassa integrazione retroattivamente, qualcun altro, invece, è stato più fortunato e a fronte di una cassa integrazione che arriva al 50% dell’orario si vede integrare interamente lo stipendio da parte dell’azienda.
Secondo Massimo Braghin, consigliere nazionale dell’ordine dei Consulenti del lavoro ed esperto di smart working, “il lavoro agile e la cassa integrazione sono di fatto incompatibili. Lo smart working disciplinato dalle legge 81 del 2017 è molto diverso da quello che stiamo vivendo in questi giorni”. Secondo l’esperto il motivo è semplice: se il lavoro agile prevede che tempi e ritmi siano dettati dal dipendente vincolato solo dal risultato del proprio lavoro, la cassa integrazione prevede lo stretto rispetto delle regole. In sostanza, più che lavoro agile, quello ai tempi del coronavirus, sembrerebbe più un telelavoro con un controllo costante da parte del datore di lavoro.
“Per quanto riguarda lo smart working, l’accordo tra azienda e dipendente è fondamentale perché indica le regole del gioco. Chiarisce quello che si può fare – ha proseguito l’esperto – In questo momento viviamo una situazione molto complessa”. Una situazione della quale qualcuno sta approfittando sfruttando le larghe maglie del Cura Italia: indicando la causale “Covid-19 nazionale” non si deve allegare nulla alla domanda di cassa integrazione che “può essere utilizzata per sospensioni o riduzioni dell’attività dal 23 febbraio e fino al 31 agosto” per 9 settimane. Poi prorogate ulteriormente.

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