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Cirque du Soleil messo in ginocchio dal Covid: “Siamo disperati, vogliamo esibirci di nuovo”

Nei suoi 35 anni di carriera, ha fatto sognare grandi e piccini: è il Cirque du Soleil che, prima che la pandemia da coronavirus dilagasse, ogni sera in qualche parte del globo scatenava l’entusiasmo degli spettatori durante lo il suo spettacolo. Oggi, per la prima volta in 35 anni, l’impero dell’intrattenimento live, si chiede se sarà mai in grado di ripartire dopo la pandemia. Già più di 4mila i dipendenti licenziati, e con Standard & Poor’s che ha abbassato il rating della compagnia da CCC a D, il rischio default è altissimo. “Nessuno ha mai rivelato che cosa faremmo nel caso in cui perdessimo il 100% delle nostre entrate” ha detto il presidente del Cirque, Mitch Garber, equiparando la pandemia alla Grande Depressione per la sopravvivenza del mondo dello spettacolo. “Senza fan e senza pubblico non possiamo lavorare”. È difficile ingigantire la presa che il Cirque du Soleil ha sull’immaginario collettivo in Canada e nel mondo intero. Il circo ha sede a Montreal e nacque negli anni Ottanta, quando un gruppo di artisti – mangiatori di fuoco, trampolieri e tra loro anche il cofondatore Guy Laliberté che suonava la fisarmonica – iniziarono a intrattenere i residenti locali sulle sponde del fiume St. Lawrence.

Prima dello scoppio della pandemia da coronavirus, soltanto gli spettacoli di Las Vegas attiravano ogni sera diecimila spettatori. Il Cirque l’anno scorso ha avuto entrate per più di un miliardo di dollari, ma adesso i suoi debiti si avvicinano alla medesima cifra. Oggi la sartoria del circo a Montreal – un atelier delle dimensioni di un intero caseggiato, che ogni anno in mezzo cuce e produce 18mila costumi elaborati nei minimi dettagli – è stranamente deserta. Alle postazioni di lavoro ci sono parrucche lavorate a metà e maschere incompiute, insieme a tazze ancora mezze piene di tè. Gabriel Dubé-Dupuis, il direttore creativo di due recenti spettacoli del Cirque – “Cosmos” e “Exentricks” – lavora da 23 anni per il Cirque du Soleil, dove suo padre si è esibito come pagliaccio, e dice di essere in credito di decine di migliaia di dollari. “In questo mestiere, gli artisti del circo rischiano il collo ogni sera e se non si è retribuiti si va incontro a un conflitto di fiducia” ha detto.
Daniel Lamarre, direttore esecutivo del Cirque, racconta di aver pensato in un primo tempo che la crisi sanitaria sarebbe rimasta confinata in Cina, dove alla fine di gennaio il circo è stato costretto a chiudere i battenti dello spettacolo appena inaugurato “The Land of Fantasy” a Hangzhou, pietra miliare della tanto decantata espansione in Cina. Tuttavia, Lamarre ricorda anche che all’inizio di marzo, pochi minuti dopo che a Montreal era iniziata un’assemblea urgente, in tutto il mondo gli spettacoli sono stati annullati in una città dopo l’altra. “Il nostro mondo è cambiato dalla sera alla mattina. Quando il 14 marzo mi hanno avvisato che avremmo dovuto interrompere tutti e sette gli spettacoli di Las Vegas, la realtà ci è piovuta addosso come una vera doccia fredda” ha detto.Da Broadway agli stadi alle arene, la pandemia ha paralizzato l’universo dell’intrattenimento dal vivo, compreso il Cirque du Soleil, il ben noto circo del Québec. Nell’arco di poche settimane, è stato costretto a disdire 44 spettacoli in decine di città, da Las Vegas a Hangzhou in Cina, a licenziare temporaneamente circa cinquemila dei suoi dipendenti – il 95% del suo organico – e ha smesso di retribuire decine di creatori dei suoi spettacoli. La compagnia circense annaspava ed era in difficoltà anche prima della pandemia, in particolare da quanto un consorzio capitanato da una società statunitense di private equity l’aveva acquistato nel 2015 e aveva accelerato una corsa all’espansione globale.  Adesso, senza nessuna certezza in merito ai tempi di un vaccino contro il coronavirus o un’idea di quando le città autorizzeranno nuovamente gli assembramenti, alcuni si chiedono se il Cirque possa sopravvivere.

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