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Il racconto del 40enne che ha sconfitto il Coronavirus dopo 2 settimane di coma: “Ho visto la morte da vicino”

Nonostante l’età media delle vittime di Covid-19 sia piuttosto elevata, il Coronavirus non guarda in faccia nessuno e colpisce indistintamente anche i più giovani. Lo sa bene Michele Vitiello, 41enne che è riuscito a guarire dalla malattia dopo due settimane di coma: “Mi sento un miracolato” ha esordito Michele nel raccontare la sua storia. Il 41enne, ingegnere forense, è stato in coma in Terapia Intensiva dopo essere risultato positivo al Coronavirus. Arrivato in condizioni critiche al Poliambulanza di Brescia è stato intubato per circa due settimane rischiando la vita a causa del temibile virus. “Anche a quarant’anni puoi morire senza sapere perché”, ha raccontato il giovane. Michele dopo tre settimane in ospedale, di cui due intubato in coma farmacologico in terapia intensiva, dieci chili in meno e una spossatezza che tutt’ora gli impedisce anche di salire le scale, Michele Vitiello continua a chiedersi come sia stato possibile. “Sono atletico, sportivo, ho sempre goduto di ottima salute, mai fatto nemmeno un’influenza, l’unico dottore che avevo visto fino a quel momento era il dentista. E ho 41 anni, la metà del paziente tipo di coronavirus. Eppure mi sono ammalato anch’io e probabilmente non sarei finito attaccato all’ossigeno se, dopo cinque giorni di febbre a 39 e mezzo, qualcuno mi avesse detto che cosa avevo”.

Cosa è accaduto
La sua battaglia è cominciata lo scorso 28 febbraio: dopo numerose chiamate al numero verde creato da Regione Lombardia per l’emergenza Coronavirus, grazie all’insistenza del suo medico di base e dei familiari, ha visto comparire due ambulanze sotto casa. “Era da giorni che avevo la febbre alta: volevo fare il tampone, ma non potevo – spiega -. Al numero verde dicevano che solo chi era stato nella zona rossa (Casalpusterlengo e Lodi) nei 15 giorni addietro poteva farlo”. Gli operatori del 118 lo hanno immediatamente sottoposto ai controlli necessari, poi la corsa disperata, in codice rosso, alla Poliambulanza. Dopo il ricovero in Terapia Intensiva, la diagnosi: “Infiammazione polmonare da Coronavirus”. Michele è stato intubato e poco dopo messo in coma farmacologico. “Io 41 anni, fisico di ferro, nessuna patologia pregressa, sarei potuto morire di Coronavirus. Ho avuto giusto il tempo di togliere le lenti a contatto, e fare qualche telefonata per avvisare della mia condizione”.

Per 16 lunghi giorni è stato in coma farmacologico, ma non si è sentito abbandonato: “Non mi hanno mai lasciato da solo. I medici e gli infermieri si sono presi cura di me. Io li sentivo toccarmi e non avevo più paura”. Non riusciva a vedere i volti anche per via delle mascherine e delle visiere indossate dal personale sanitario, ma ricorda le voci di chi lo ha assistito in qui momenti terribili: “Erano tutte donne, solo tre uomini – ricorda -. Io ero per loro Michele, un uomo con la sua storia. Sapevo che non sarei morto, ero in buone mani. Le mani di quelle che sono a loro volta persone, con figli e famiglia e che mettono a rischio la loro vita per la nostra stessa vita”.

Da 4 giorni ha lasciato la terapia intensiva ed è in reparto, sotto attento monitoraggio: “Vorrei salutare tutto lo staff, ma non posso. Quando si saranno calmate le acque, però li andrò a trovare”. Un’esperienza terribile che gli ha insegnato “ad apprezzare la vita, con la grinta e la serenità di avercela fatta”.

 

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