Esteri

Coronavirus, il mistero del medico che avvertì la Cina e che il governo fece arrestare

A proposito del Coronavirus scoppia un altro piccolo caso. In molti, fin dall’inizio, hanno dubitato dell’accuretezza e della verità delle informazioni diffuse dalla Cina. E qui entra in gioco la figura di Li Wenliang, un medico che aveva previsto questa epidemia e che per primo aveva cercato di lanciare l’allarme. Ma il governo non ha voluto credergli e lo ha messo a tacere. Inizialmente Li aveva parlato di un nuovo diffondersi di Sars all’inizio di gennaio. E non aveva del tutto torto. Perché da quel nuovo virus era comunque il caso di proteggersi, molto più di quanto le autorità locali avessero detto ai cittadini. Ora Li Wenliang, insieme ai sette colleghi che avevano messo in guardia amici e conoscenti, “proteggete le vostre famiglie”, è diventato un simbolo.

L’emblema di come all’inizio dell’epidemia di Coronavirus, per diversi giorni, la priorità dei funzionari di Wuhan fosse evitare che la città cedesse al panico, piuttosto che informarla a dovere. Come riporta Repubblica, “dopo aver postato in chat i loro messaggi d’allarme infatti, Li e i suoi sette colleghi sono stati convocati dalla polizia locale a ‘bere un tè’; come si dice da queste parti, e severamente rimproverati per le ‘bufale’ che stavano mettendo in giro. La chat di gruppo cancellata”. Oggi, un mese dopo, e alla luce di quanto accaduto, quelle “bufale” assomigliano tanto alla verità. La Corte suprema ha dunque ufficialmente scagionato Li e colleghi.

Non era Sars come sostenevano, ma “sarebbe stata una fortuna se la gente li avesse ascoltati”. Non è stato solo riabilitato l’oftalmologo Li, qualcosa di più. Agli occhi di tanti cittadini cinesi, che in questi giorni riversano in Rete la loro rabbia, è diventato una specie di tragico eroe. “L’uomo che prova a dire a tutti la verità, la verità che il regime, a seconda dei punti di vista, non vede, ignora o nasconde. Anche l’epidemia di Sars del 2003 aveva avuto una Cassandra simile, il suo nome è Jiang Yanyong. Medico, membro del Partito comunista, denunciò in una lettera come il governo cinese stesse intenzionalmente sminuendo la portata del contagio”.

“Quando la sua lettera finì nelle mani dei media stranieri la storia venne diffusa, provocando le dimissioni del sindaco di Pechino e soprattutto i primi annunci veritieri della Cina sulla gravità dell’emergenza. Se non è stata una pandemia, lo dobbiamo anche a lui”. E anche nel caso di Li e del Coronavirus, il mandato dei funzionari di Wuhan era azzerare ogni discussione sulla misteriosa malattia al di fuori di quelle ufficiali, molto striminzite e assai rassicuranti. Solo diversi giorni dopo, ben 20, la trasmissione da uomo a uomo sarebbe stata ufficializzata. “Credo che in una società sana ci dovrebbe essere più di una voce“, si è limitato a dire Li al sito cinese Caixin dopo essere stato “scagionato”. E le sue parole dicono tutto.

 

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