
Le indagini sulla morte di Antonella Di Ielsi e della figlia Sara Di Vita si arricchiscono di un elemento inquietante che cambia profondamente la lettura della vicenda. Quello che inizialmente poteva apparire come un episodio ancora da chiarire assume contorni sempre più definiti, orientando gli investigatori verso un’ipotesi di premeditazione estremamente lucida. A far emergere questo scenario sono gli ultimi riscontri scientifici, che aggiungono un tassello decisivo alla ricostruzione dei fatti.
Secondo quanto riportato da la Repubblica, le analisi del Centro Antiveleni di Pavia hanno evidenziato una concentrazione di ricina nei campioni ematici delle due donne pari a 250 volte la dose letale. Un dato che non lascia spazio a interpretazioni accidentali e che, al contrario, suggerisce una volontà precisa di provocare la morte senza possibilità di sopravvivenza. La quantità rilevata rappresenta un livello eccezionalmente elevato, incompatibile con un’assunzione casuale.

La sostanza al centro dell’inchiesta deriva dalla pianta Ricinus communis, diffusa anche nelle campagne del Molise. Tuttavia, trasformare i semi in una tossina efficace richiede competenze e strumenti specifici. Proprio per questo motivo, gli inquirenti hanno concentrato l’attenzione sull’Istituto professionale agrario di Riccia, dove si ipotizza possano essere state utilizzate attrezzature di laboratorio o conoscenze tecniche adeguate. A rafforzare questa pista vi sarebbero alcune testimonianze e dati informatici: dai computer dell’istituto sarebbero state effettuate ricerche mirate sulla ricina nei mesi precedenti al delitto.
Un ulteriore elemento che contribuisce a delineare un quadro ancora più complesso riguarda la dinamica temporale dell’avvelenamento. Dalle ricostruzioni mediche emerge infatti il sospetto che madre e figlia possano essere state esposte alla sostanza in due momenti distinti. Dopo un primo malessere, verificatosi prima di Natale, entrambe erano state ricoverate presso l’Ospedale Cardarelli e successivamente dimesse in condizioni stabili. Il ritorno a casa, il 26 dicembre, potrebbe però aver segnato l’inizio della fase decisiva.

Secondo questa ipotesi, la dose finale sarebbe stata somministrata proprio dopo le dimissioni, forse attraverso un liquido contaminato, come una bottiglia d’acqua. I medici hanno evidenziato come il quadro clinico del 27 dicembre fosse “assolutamente diverso” rispetto al giorno precedente, con un peggioramento rapidissimo culminato nel decesso nel giro di poche ore. Un cambiamento così drastico rafforza l’idea di una seconda esposizione alla tossina.
Nel frattempo, resta sotto esame la posizione del marito e padre, Gianni Di Vita, risultato negativo ai test ma con analisi effettuate in ritardo e su campioni potenzialmente compromessi. La Procura di Larino prosegue l’inchiesta per duplice omicidio premeditato, mentre gli investigatori concentrano l’attenzione anche su elementi digitali. In particolare, il telefono della figlia Alice potrebbe rivelarsi determinante: chat, appunti e cronologia delle attività sono al vaglio per verificare la coerenza delle testimonianze e ricostruire nel dettaglio relazioni, movimenti e contatti nelle settimane precedenti alla tragedia.