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Dall’11 settembre: Al Qaeda non è scomparsa, ha cambiato modello

L’11 settembre 2001 sembrava destinato a inaugurare un’epoca dominata dal terrorismo globale. Venticinque anni dopo, molte delle previsioni formulate nelle ore successive agli attentati non si sono realizzate. L’economia statunitense non è crollata, New York ha conservato il suo ruolo finanziario e Al Qaeda non è riuscita a unificare il mondo islamico contro l’Occidente.

Sarebbe però sbagliato concludere che quella minaccia sia stata definitivamente sconfitta. L’organizzazione fondata da Osama bin Laden ha perso la capacità di agire come una struttura centralizzata, ma ha favorito la nascita di una rete più frammentata, radicata nei conflitti locali e capace di sfruttare povertà, traffici illegali, rivalità etniche e debolezza degli Stati. Il suo baricentro si è progressivamente spostato dall’Afghanistan verso l’Africa e la penisola arabica.

L’attentato che non distrusse il capitalismo globale

L’obiettivo dell’11 settembre non era soltanto provocare il maggior numero possibile di vittime. Le Torri Gemelle rappresentavano il cuore simbolico del capitalismo americano, mentre il Pentagono incarnava la potenza militare degli Stati Uniti. Colpire quei luoghi significava provare a dimostrare che anche la principale superpotenza mondiale fosse vulnerabile.

L’impatto immediato sui mercati fu violentissimo. Wall Street rimase chiusa per quattro sedute, le compagnie aeree subirono perdite enormi e interi settori, dal turismo alle assicurazioni, entrarono in una fase di profonda incertezza. Eppure il sistema economico americano assorbì il colpo più rapidamente di quanto molti temessero.

Non si verificò il collasso finanziario immaginato dai terroristi. Il centro di gravità economico di New York non venne cancellato e, con il passare degli anni, l’area del World Trade Center tornò a ospitare uffici, abitazioni, attività commerciali e imprese tecnologiche. Il capitalismo globale non fu distrutto: cambiò, si adattò e sviluppò nuovi sistemi di sicurezza e controllo.

Il vero costo economico dell’11 settembre si manifestò soprattutto dopo gli attentati. Alle perdite dirette si aggiunsero le spese per le guerre in Afghanistan e in Iraq, l’assistenza ai veterani, la sicurezza interna, l’intelligence e gli interessi sul debito utilizzato per finanziare le operazioni. Secondo le stime elaborate dal progetto Costs of War della Brown University, il costo complessivo delle guerre americane successive all’11 settembre ha raggiunto diversi trilioni di dollari.

La vittoria tattica e il fallimento strategico degli Stati Uniti

Sul piano militare, Washington riuscì a colpire duramente la struttura originaria di Al Qaeda. Osama bin Laden fu ucciso in Pakistan nel 2011, mentre il suo successore Ayman al-Zawahiri venne eliminato da un’operazione statunitense a Kabul nel 2022. Numerosi dirigenti furono arrestati o uccisi e la capacità del comando centrale di organizzare operazioni complesse venne fortemente ridimensionata.

Il risultato strategico, però, è più controverso. La guerra in Afghanistan è durata vent’anni e si è conclusa nel 2021 con il ritorno dei talebani al potere. L’invasione dell’Iraq, giustificata anche attraverso il clima di paura successivo agli attentati, contribuì invece a destabilizzare il Paese e a creare uno spazio favorevole alla nascita di nuovi movimenti jihadisti.

Da quella crisi sarebbe emerso lo Stato islamico, organizzazione rivale di Al Qaeda. La competizione tra i due gruppi ha frammentato ulteriormente l’universo jihadista, trasformandolo in un sistema di sigle, alleanze e conflitti regionali. La minaccia non è più rappresentata soltanto da un vertice che impartisce ordini dall’alto, ma da gruppi capaci di adattarsi alle condizioni del territorio.

L’11 settembre, quindi, non provocò la fine dell’egemonia americana da un giorno all’altro. Accelerò però un processo di logoramento. Le guerre assorbirono risorse finanziarie e attenzione politica proprio mentre la Cina consolidava la propria crescita, la Russia tentava di recuperare influenza e nuove potenze regionali ampliavano il proprio spazio di manovra.

Da organizzazione centrale a rete di gruppi locali

Al Qaeda oggi non possiede più la struttura verticale che aveva all’inizio del secolo. Il suo comando centrale appare indebolito e la stessa leadership rimane meno visibile e riconoscibile rispetto all’epoca di bin Laden. La figura dell’egiziano Saif al-Adel viene spesso indicata come centrale negli equilibri dell’organizzazione, ma la natura clandestina della rete rende difficile stabilire con certezza ruoli e gerarchie.

La vera forza del movimento risiede nelle sue articolazioni regionali. Queste formazioni mantengono un riferimento ideologico comune, ma dispongono di ampi margini di autonomia. Invece di concentrarsi esclusivamente sulla preparazione di attentati spettacolari in Occidente, cercano di inserirsi nelle crisi locali, presentandosi come protettrici di determinate comunità o come alternative a governi inefficienti.

È un modello meno appariscente, ma potenzialmente più resistente. Un’organizzazione centralizzata può essere decapitata eliminandone i vertici. Una rete composta da gruppi locali, invece, sopravvive più facilmente perché si alimenta attraverso problemi che l’intervento militare, da solo, non può risolvere.

Il Sahel è il nuovo fronte strategico

Una delle aree più importanti per comprendere l’evoluzione di Al Qaeda è il Sahel. Mali, Burkina Faso e Niger attraversano da anni una combinazione di colpi di Stato, fragilità istituzionale, crisi ambientali, disoccupazione giovanile e conflitti tra comunità. In questo spazio opera il Jnim, coalizione jihadista legata ad Al Qaeda e divenuta una delle formazioni armate più pericolose dell’Africa occidentale.

Il Jnim non si limita a condurre attacchi. In alcune aree impone tasse, controlla vie di comunicazione, media dispute e stringe accordi temporanei con le popolazioni locali. Il gruppo sfrutta il risentimento verso governi percepiti come lontani e verso forze di sicurezza accusate, in diversi casi, di abusi ai danni dei civili.

La sua espansione sta inoltre esercitando pressione sui Paesi costieri del Golfo di Guinea, come Benin, Togo, Costa d’Avorio e Ghana. La posta in gioco è anche economica: un’ulteriore avanzata jihadista potrebbe minacciare corridoi commerciali, investimenti minerari e infrastrutture che collegano l’entroterra africano ai porti dell’Atlantico.

La sicurezza del Sahel si intreccia poi con la competizione tra potenze. Dopo il ridimensionamento della presenza francese e occidentale, Mali, Niger e Burkina Faso hanno rafforzato la cooperazione con la Russia. Mosca ha cercato di trasformare il vuoto lasciato dall’Europa in influenza diplomatica, militare ed economica. Finora, tuttavia, il cambiamento delle alleanze non ha eliminato le cause profonde dell’instabilità.

Oro, contrabbando e tasse: l’economia del jihadismo

I gruppi jihadisti contemporanei non vivono soltanto di donazioni provenienti dall’estero. Una parte crescente delle risorse viene raccolta direttamente nei territori in cui operano. Estorsioni, rapimenti, contrabbando, furto di bestiame e tassazione delle comunità costituiscono fonti di finanziamento essenziali.

Nel Sahel assume particolare importanza l’oro. La regione ospita numerosi siti minerari artigianali, spesso collocati in zone dove la presenza dello Stato è debole. Controllare una miniera, imporre pagamenti ai lavoratori o proteggere le rotte di trasporto permette ai gruppi armati di trasformare una risorsa naturale in denaro, armi e consenso.

Questa economia illegale produce un circolo vizioso. L’insicurezza scoraggia gli investimenti, riduce le entrate fiscali degli Stati e costringe i governi ad aumentare le spese militari. La mancanza di sviluppo alimenta a sua volta il reclutamento, perché entrare in un gruppo armato può diventare una delle poche fonti di reddito disponibili.

Il costo del terrorismo, dunque, non coincide soltanto con i danni degli attentati. Comprende strade mai costruite, scuole chiuse, aziende costrette ad abbandonare un territorio, aumento dei prezzi, calo del turismo e spostamento forzato di milioni di persone. È soprattutto in questa erosione quotidiana che Al Qaeda e le sue affiliate riescono a indebolire uno Stato.

Yemen e Somalia, le altre roccaforti della rete

La penisola arabica rimane un altro spazio rilevante. Al Qaeda nella Penisola arabica ha sfruttato per anni il conflitto nello Yemen, traendo vantaggio dalla frammentazione politica e dal collasso di molte istituzioni. Pur essendo stata colpita da numerose operazioni, conserva una capacità di sopravvivenza legata al controllo intermittente del territorio e alle alleanze con attori locali.

In Somalia, al-Shabaab rappresenta una delle organizzazioni jihadiste più strutturate e redditizie. Il movimento dispone di un sistema di tassazione parallelo che coinvolge imprese, commercianti e trasportatori. Riesce così a finanziare attività militari e amministrative, presentandosi in alcune zone come un potere alternativo allo Stato.

Anche in questi casi, la dimensione economica è inseparabile da quella geopolitica. Il controllo delle coste, dei porti e delle rotte che attraversano il Mar Rosso e il Golfo di Aden interessa non soltanto i Paesi della regione, ma anche Stati Uniti, Cina, potenze del Golfo ed Europa. L’instabilità può riflettersi sui commerci internazionali, sui premi assicurativi delle navi e sui costi di trasporto.

Una minaccia diversa da quella del 2001

Al Qaeda non appare oggi in grado di ripetere facilmente un’operazione centralizzata della portata dell’11 settembre. I controlli finanziari sono più severi, la cooperazione tra servizi di intelligence è cresciuta e la capacità occidentale di sorvegliare comunicazioni e movimenti è molto superiore rispetto al 2001.

La minaccia, però, si è dispersa. Le affiliate regionali, le piccole cellule e gli individui radicalizzati possono agire senza ricevere un ordine diretto dal comando centrale. Internet e le piattaforme digitali permettono inoltre alla propaganda di raggiungere persone lontane dai territori controllati dai gruppi.

Non bisogna quindi confondere la scomparsa di una struttura con la fine di un’ideologia. Al Qaeda ha perso uomini, basi e visibilità, ma il modello che ha contribuito a costruire continua a vivere nelle periferie della globalizzazione, dove lo Stato è debole e le economie illegali sono più redditizie di quelle ufficiali.

La vera eredità dell’11 settembre

Venticinque anni dopo, l’11 settembre appare come un punto di svolta soprattutto geopolitico. Gli attentati non distrussero l’economia americana, ma spinsero gli Stati Uniti verso guerre lunghe e costosissime. Non unirono il mondo islamico sotto la bandiera di Al Qaeda, ma contribuirono ad aprire una stagione di conflitti e frammentazioni dalla quale sono emerse nuove organizzazioni.

La lezione più importante riguarda il rapporto tra sicurezza ed economia. Eliminare i vertici di un gruppo terroristico può ridurne temporaneamente la capacità operativa. Se però restano disoccupazione, corruzione, traffici illegali e assenza di istituzioni credibili, altri militanti possono occupare lo spazio lasciato libero.

Al Qaeda non ha realizzato il progetto globale immaginato da bin Laden, ma ha dimostrato che un’organizzazione può sopravvivere trasformandosi. La sua parola non è terminata: si è fatta più locale, meno visibile e profondamente intrecciata alle economie sommerse e alla nuova competizione tra potenze. Ed è proprio questa capacità di adattamento, più che il ritorno di un nuovo 11 settembre, a rappresentare oggi il pericolo maggiore.

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