
Dieci anni di solitudine. Brexit, Starmer e il naufragio di una nazione senza bussola
Il 22 giugno 2026, esattamente dieci anni dopo il referendum che spaccò il Paese, Keir Starmer si è presentato davanti al numero 10 di Downing Street e ha annunciato le sue dimissioni da primo ministro e da leader del Partito laburista. È il settimo premier britannico in un decennio: lo stesso numero che Londra aveva prodotto nei trentasette anni precedenti al voto del 23 giugno 2016. La coincidenza con l’anniversario della Brexit non è solo simbolica — è la fotografia perfetta di un Paese che ha scelto la sovranità e ha ottenuto l’ingovernabilità. Non c’è niente da festeggiare, in questo anniversario. Il bilancio del decennio è scritto nei numeri, nella successione caotica dei governi e nel paradosso terminale di Starmer stesso: l’uomo che aveva promesso di ricucire il tessuto lacerato del Paese si è consumato in meno di due anni, estromesso dal partito che lui stesso aveva rifondato.
Il costo della fuga
Cominciamo dall’economia, che è il terreno dove la realtà si mostra con meno retorica. Uno studio firmato da economisti della Banca d’Inghilterra e da Nick Bloom della Stanford University stima che la Brexit abbia sottratto circa il 6% alla crescita economica britannica nell’ultimo decennio rispetto a uno scenario in cui Londra fosse rimasta nell’Unione Europea. L’Ufficio per la Responsabilità del Bilancio (OBR) fissa la perdita a lungo termine al 4% del PIL; Goldman Sachs e il National Bureau of Economic Research arrivano fino all’8%. In termini assoluti, si parla di circa 125 miliardi di sterline di PIL annuale bruciati, e di quasi 50 miliardi di mancate entrate fiscali.
Eppure ridurre tutto alla Brexit sarebbe intellettualmente disonesto, ed è qui che il dibattito pubblico britannico — e spesso europeo — commette il suo peccato più grave: quello della semplificazione causale. La pandemia ha devastato tutte le economie avanzate. La guerra in Ucraina ha fatto esplodere i prezzi energetici e alimentari su scala continentale. La Germania ha vissuto una recessione più lunga e profonda di quella britannica. La Francia ristagna. Il confronto con i partner europei, dunque, mostra che il Regno Unito ha sofferto di problemi in larga parte condivisi — con la differenza cruciale che la Brexit ha operato come moltiplicatore di vulnerabilità, privando il Paese degli ammortizzatori strutturali del mercato unico proprio nel momento in cui arrivavano gli shock globali.

Un Paese ingovernabile
Ma la crisi britannica non è soltanto economica. È prima di tutto politica, e qui la Brexit ha lasciato un segno che va ben oltre i decimali del PIL. Cameron se ne va la mattina dopo il voto. Theresa May si arena sullo stesso accordo di uscita che il Parlamento respinge tre volte. Boris Johnson vince una maggioranza schiacciante nel 2019 e viene travolto dagli scandali due anni e mezzo dopo. Liz Truss dura quarantacinque giorni. Rishi Sunak perde le elezioni con un margine storico. Arriva Starmer, con la promessa della serietà, della competenza, della ricostruzione. E oggi se ne va anche lui.
È come se la Brexit, allontanando Londra dall’Europa continentale, l’avesse avvicinata all’Italia della Prima Repubblica: quella dei governi balneari, delle crisi al buio, delle leadership che si consumano prima ancora di dispiegare una visione.
Il paradosso Starmer
Il fallimento di Keir Starmer ha qualcosa di tragico nel senso classico del termine: è un uomo distrutto dalle sue stesse qualità. Avvocato dei diritti umani, costruttore paziente di un Labour uscito devastato dagli anni di Jeremy Corbyn, aveva incarnato l’idea che la politica potesse tornare a essere adulta. Ha vinto le elezioni del luglio 2024 con una maggioranza parlamentare enorme — non perché fosse amato, ma perché i Tory erano odiati.
Il problema è che una vittoria per default non genera mandato, e Starmer non ha mai capito la differenza. Lo stile comunicativo — burocratico, placido, privo di fiamma — che aveva funzionato contro Johnson e Sunak si è rivelato un handicap fatale nel momento in cui doveva governare. Come ha osservato l’analista Marzia Maccaferri, seguendo la lezione di Machiavelli: metà del successo dipende dalla fortuna, e quella Starmer non l’ha avuta; ma l’altra metà dipende dalla virtù del principe, e lì è mancato.
Le dimissioni a cascata — il ministro della Sanità Wes Streeting, il segretario alla Difesa John Healey, la vice Angela Rayner — hanno eroso l’autorità di Downing Street settimana dopo settimana. Il caso dell’ambasciatore a Washington Peter Mandelson, rimosso dopo le rivelazioni sui suoi legami con Jeffrey Epstein, ha aggiunto il disonore alla debolezza. Le elezioni amministrative del 7 maggio 2026 hanno consegnato il verdetto: il Labour ha perso quasi i due terzi dei suoi consiglieri comunali. Reform UK di Nigel Farage ne ha conquistati 1.451, diventando di fatto il primo partito d’opposizione reale. Il colpo finale lo ha assestato Andy Burnham, vincendo tre giorni fa le suppletive di Makerfield con il 55% dei voti: da quel momento, la permanenza di Starmer a Downing Street era diventata solo una questione di ore.

Il ritorno di Farage e il campo del discorso
Ed eccoci al paradosso più acuto. Farage — l’uomo che ha voluto la Brexit più di chiunque altro, che l’ha voluta quando sembrava impossibile e l’ha ottenuta quando sembrava inevitabile — è oggi più forte che mai. Eppure i sondaggi mostrano che il 57% dei britannici ritiene sbagliato aver lasciato l’UE, e il 55% voterebbe per rientrare in un ipotetico referendum. Come si spiega questa contraddizione?
La risposta è che Farage non ha mai combattuto sul terreno economico. Ha combattuto sul terreno identitario, e su quel terreno non esistono smentite empiriche. Il costo della vita non sconfessa la sovranità; il calo degli investimenti non cancella il senso di appartenenza; il 6% di PIL perso non vale, nell’immaginario politico, quanto la bandiera sventolata sul clacson di un camion a Dover. Starmer ha perso quella guerra non perché abbia sbagliato i numeri, ma perché non ha mai capito che era una guerra di narrazioni.
L’isola che non si trova
C’è infine una dimensione più profonda, che trascende la cronaca politica. La Brexit ha privato il Regno Unito della sua àncora europea proprio nel momento in cui il mondo si frammentava. Senza il quadro comune dell’Unione, Londra si è trovata esposta — terreno fertile per la manipolazione di Elon Musk attraverso X, laboratorio di tensioni sociali che dalla questione delle grooming gang al caso di Southampton hanno alimentato una spirale di polarizzazione difficile da interrompere.
Nessun altro Paese europeo — nemmeno i più euroscettici — ha seguito la stessa strada. L’Italia del Governo Conte, la Francia di Le Pen, la Germania di AfD: nessuno ha chiesto l’uscita dall’Unione. Proprio questo silenzio è, forse, il giudizio più eloquente sulla Brexit: non l’hanno condannata con le parole, l’hanno semplicemente ignorata come modello.
Andy Burnham, il “re del Nord”, eredita ora una sfida immensa: riportare il Labour alle sue radici operaie in un Paese dove Farage avanza e il bipartitismo storico si è dissolto. Il cerchio si chiude con una crudele ironia: l’uomo che voleva rompere con l’Europa ha finito per rompere, uno dopo l’altro, tutti coloro che hanno provato a raccogliere i cocci. La solitudine, alla fine, è il vero lascito della Brexit.