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Bce, dopo 8 anni finisce l’era Draghi. L’uomo che ha salvato l’Euro lascia una grande eredità

Questa settimana di fine ottobre si terrà l’ultimo consiglio direttivo della Bce presieduto da Mario Draghi. Il governatore italiano si appresta a formalizzare il passaggio di consegne con Christine Lagarde il 28. Draghi lascerà la BCE dopo 8 lunghissimi anni. L’ultimo anno in particolare non è stato facile: la banca centrale ha invertito la rotta della politica monetaria e per far fronte a un rallentamento ormai evidente ha scelto di tagliare i tassi e di introdurre un nuovo Quantitative Easing.

Tutti gli occhi saranno puntati sulla riunione di giovedì, l’ultima di Mario Draghi come governatore BCE. Sarà ricordato come l’uomo che ha salvato l’euro cercando di operare in un contesto decisamente impegnativo (quello della grande crisi finanziaria).

Ricordiamo alcuni dei momenti più salienti e importanti del suo mandato, partendo proprio dal “Whatever it Takes” che ha salvato l’euro. “Ho un messaggio chiaro da darvi: nell’ambito del nostro mandato la BCE è pronta a fare tutto il necessario a preservare l’euro. E credetemi: sarà abbastanza”. Aveva pronunciato queste parole a Londra nel luglio del 2012, aprendo le porte al salvataggio della moneta unica. Il tutto nel bel mezzo della crisi del debito sovrano, con le banche spagnole a tappeto, una Grecia nel caos e un’Italia a rischio contagio (come sempre).

Nel 2014 è la volta di un’altra mossa epocale: per fronteggiare una nuova guerra, quella contro la deflazione e la stagnazione, Draghi sceglie di aprire le porte al Quantitative Easing, annunciato all’inizio del 2015 a un ritmo di 60 miliardi di euro al mese. Il senso era quello di riportare l’inflazione vicino all’ormai noto 2%. Nonostante gli anni di stimolo, comunque, i prezzi al consumo non hanno mai raggiunto il target per cui, dopo una breve pausa (da dicembre 2018 a oggi) la BCE ha dovuto ricominciare con gli acquisti.

Ma Draghi si è ritrovato anche a gestire una situazione particolarmente complessa: la Grecia che era prossima ad abbandonare l’euro e un a un passo dal collasso finanziario. Attraverso “l’emergency liquidity assistance” (ELA) si tentò di aiutare le banche elleniche nel pieno della crisi, mentre le negoziazioni dell’istituto centrale riuscirono a stabilizzare l’economia in cambio di riforme piuttosto dolorose per il Paese.

Nel corso del 2018 l’economia internazionale è però tornata a mostrare i primi segnali di rallentamento (l’Italia è addirittura entrata in recessione tecnica) e gli istituti centrali hanno scelto di mettere in pausa le nuove politiche monetarie. Con l’arrivo dell’estate, però, è iniziata la vera inversione di tendenza. E nell’ultima riunione di settembre l’istituto ha rivisto i tassi sui depositi da -0,4 a -0,5% e ha annunciato un nuovo QE.

Una decisione, questa, che non è piaciuta ad alcuni membri del Consiglio Direttivo, i quali hanno dato vita a una vera e propria opposizione nei confronti del governatore. Un’opposizione che comunque durerà ancora per poco visto che la BCE di Draghi diverrà presto la BCE di Lagarde. La donna dovrà fare i conti con un’eredità piuttosto pesante a partire dal 1° novembre prossimo.

Rilanciare il Quantitative easing con l’acquisto di titoli di Stato e non sarebbe dunque l’ultima mossa disperata di Draghi per cercare di rilanciare l’inflazione verso l’obiettivo del 2% e ribattere ai molti segnali di ribasso che pendono sull’economia europea. Dovrebbe riuscirci, anche perché il mandato di Lagarde ripartirà nel segno di Draghi. Lei stessa ha già fatto capire che non cambierà l’impostazione accomodante della Bce.

 

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