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Fauci voleva fare il furbetto e ora rischia di finire in prigione

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Due commissioni, due pesi: mentre Conte recita il suo copione a Roma, Fauci rischia il penale a Washington
Roma e Washington hanno celebrato lo stesso giorno due udienze sulla gestione della pandemia, ma con esiti destinati a incidere in modo molto diverso sulla narrazione del Covid.

A Palazzo San Macuto l’ex premier Giuseppe Conte ha attraversato l’ennesima puntata di un rito già scritto; a Capitol Hill, invece, una commissione del Senato americano ha compiuto un passo che apre concretamente la strada a un procedimento penale contro Anthony Fauci, per anni il volto pubblico della risposta sanitaria statunitense al virus.

Roma: il copione si ripete

L’audizione di Conte davanti alla commissione parlamentare d’inchiesta sulla gestione dell’emergenza Covid, presieduta da Marco Lisei, era slittata più volte prima di tenersi il 6 agosto. Il leader del Movimento 5 Stelle ha apertura il suo intervento giurando di assumersi “la piena responsabilità giuridica” di quanto avrebbe dichiarato, per poi trasformare la seduta in un atto d’accusa contro la maggioranza, definendo la commissione un “plotone di esecuzione” nei suoi confronti.

Ha rivendicato di aver depositato in Procura a Roma un documento anonimo relativo a possibili mascherine contraffatte, ha respinto ogni addebito – “potete scavare quanto volete: non troverete mai qualcosa di illecito” – e ha rimproverato alla maggioranza di aver escluso le Regioni dal perimetro d’indagine, nonostante la competenza sanitaria territoriale. Il presidente Lisei gli ha replicato in aula di star tenendo “un comizio politico”. Nessuna sorpresa: accusa e difesa si sono mosse esattamente dove ci si aspettava, senza che l’audizione producesse, almeno per ora, conseguenze dirette per l’ex premier.

Washington: dal teatro politico al rischio penale

Il contrasto con quanto accaduto lo stesso giorno negli Stati Uniti è netto. La Commissione per la Sicurezza Interna e gli Affari Governativi del Senato, presieduta dal repubblicano Rand Paul, ha approvato con 8 voti a favore e 7 contrari una mozione che dichiara Anthony Fauci colpevole di oltraggio al Congresso. L’ex direttore del National Institute of Allergy and Infectious Diseases si era avvalso del Quinto Emendamento per almeno cento volte durante un’audizione della settimana precedente, rifiutandosi di rispondere alle domande sul suo ruolo nella gestione della pandemia.

Qui la differenza rispetto al caso italiano non è solo di tono, ma di sostanza istituzionale. L’oltraggio al Congresso non è un’etichetta politica: è uno strumento con cui il Parlamento americano può sanzionare chi ostacola un’indagine o si rifiuta di collaborare senza una giustificazione legale valida, e la sua declaratoria da parte di una commissione può tradursi in un rinvio al Dipartimento di Giustizia per l’apertura di un procedimento penale davanti a un gran giurì.

Rand Paul ha voluto precisare che il voto non riguarda “le politiche di Fauci, le sue opinioni o quanto abbia dichiarato nelle precedenti audizioni”, ma la questione giuridica se un testimone già graziato possa comunque rifiutarsi di rispondere senza conseguenze.

Il nodo della grazia di Biden

È qui che il caso Fauci acquista un peso specifico che manca del tutto all’audizione romana. Joe Biden aveva concesso all’immunologo una grazia presidenziale al termine del proprio mandato, ma il provvedimento copre esclusivamente gli atti compiuti tra il 2014 e il gennaio 2025: non lo protegge da eventuali procedimenti statali, né da accuse di falsa testimonianza rese davanti al Congresso successivamente.

Il senatore James Lankford aveva già anticipato, pochi giorni prima del voto, di ritenere che Fauci avesse mentito al Congresso e distrutto documenti, bollando entrambe le condotte come “reati gravi” punibili con il carcere – accuse che i legali dell’immunologo hanno respinto parlando di “un’ossessiva vendetta personale” da parte di Paul.

I democratici in commissione, dal canto loro, hanno votato contro definendo la mozione un “precedente pericoloso”, capace di comprimere il diritto costituzionale a non autoincriminarsi. È un’obiezione di peso, che segnala quanto il voto sia già diventato terreno di scontro tra le due narrazioni sul Covid americano, oltre che tra i due partiti.

Perché conta, e perché può ribaltare una narrazione

Il punto politico-simbolico è che Fauci non è un funzionario qualsiasi: per anni ha incarnato, agli occhi dell’opinione pubblica occidentale, l’autorità scientifica sopra le parti, il garante della linea sanitaria ufficiale contro le contestazioni negazioniste o scettiche. Una dichiarazione di oltraggio al Congresso, seguita da un possibile deferimento penale, non prova da sola alcuna colpa nel merito della gestione pandemica – ma sposta il terreno del dibattito: da “chi ha ragione sulle politiche Covid” a “chi ha nascosto cosa al Parlamento”.

È un salto di piano che la narrazione istituzionale della pandemia, negli Stati Uniti come altrove, non aveva ancora conosciuto in questa forma. Se il Dipartimento di Giustizia guidato dal procuratore capo ad interim Todd Blanche – che finora ha seguito le indicazioni di un presidente che considera Fauci un avversario personale – decidesse di procedere, il caso più visibile della gestione sanitaria mondiale del Covid passerebbe per la prima volta dal piano della contestazione politica a quello dell’accertamento giudiziario.

Il confronto con Roma, allora, non è tra due audizioni equivalenti, ma tra due livelli di conseguenza istituzionale: da un lato un rito parlamentare che si è chiuso, come previsto, senza spostare nulla; dall’altro un voto che può aprire, per la prima volta con questo grado di concretezza, un procedimento penale contro il volto simbolo della risposta al Covid.

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