Economia

Se Marchionne non c’è, i topi ballano. Il (misero) ruolo dell’Italia nella nuova FCA

Oggi a Mirafiori la Fiat incontra i sindacati. Il ceo Mike Manley parlerà degli investimenti sugli impianti italiani, di nuovi modelli e motorizzazioni, di volumi per saturare la capacità produttiva del Gruppo in Italia. Il focus per l’Italia resteranno i brand del lusso, Alfa Romeo e Maserati, con Jeep che potrebbe aumentare il suo peso, mentre le produzioni a marchio Fiat, dunque la Panda di Pomigliano, potrebbe definitivamente migrare verso la Polonia ed essere sostituita da un mini suv a marchio Alfa Romeo.

Discorso a parte merita la 500, diventata brand e destinata a rappresentare la frontiera dell’e-mobility per Fiat Chrysler, che sulla elettrificazione dei motori vuole scommettere 9 miliardi, questa almeno la cifra indicata nel piano industriale presentato a Balocco. L’Italia è in corsa per accaparrarsi la linea elettrica della 500, che potrebbe essere destinata a Mirafiori.

Lo stabilimento di Melfi, dove si producono le 500 X e le Jeep Renegade, è l’unico ad aumentare i volumi nei primi nove mesi dell’anno, +13,1% sul 2017: qui si parla di raddoppiare la linea Jeep e mettere in produzione anche la Compass. L’obiettivo è quello di rafforzare, dunque, la vocazione industriale dell’Italia nel comparto delle produzioni premium da parte di Fca, il che renderà però necessaria una ulteriore valutazione sui volumi: la formula “Polo del lusso” applicata a Torino, con Mirafiori e Grugliasco destinate alle tre linee Maserati – Levante, Quattroporte e Ghibli –, ha proprio nei volumi produttivi, calati di oltre il 30% rispetto al 2017, il suo tallone d’Achille.

Insomma, almeno sul fronte della produzione, il disegno che si sta via via delineando sembra quello di un gruppo, Fca, che punta a una netta separazione del mondo premium dalla vecchia Fiat, una sorta di “spin off” industriale dello storico marchio italiano diventato nel parco auto della nuova Fca, l’unico “low cost”. Negli ultimi mesi, sembra così essere tornato d’attualità negli ambienti finanziari e nelle esercitazioni di analisti e banchieri, il vecchio progetto di scorporo del brand Fiat.

L’ambizione è di fare della casa italo americana un gruppo premium in tutte le sue declinazioni. Sulla strategicità del marchio Fiat per il gruppo Fca, l’unica dichiarazione agli atti è quella rilasciata da Marchionne prima della sua scomparsa. Agli inizi dell’anno in corso, sottolineò, in modo chiaro ed inequivocabile, che “Fca non venderà mai il marchio Fiat”. Dopo l’uscita di scena del manager italo canadese e nell’era di Mike Manley e John Elkann questo principio di massima può essere rimesso in discussione? E in che misura? Suggestioni, forse.

Nella storia industriale più recente di Fca la centralità dell’Italia si è ridimensionata in modo sensibile. In termini di marchi, sul “peso” effettivo del brand italiano parlano i numeri del piano industriale: ai 16 miliardi di profitti operativi che Fiat Chrysler Automobiles produrrà al 2022 il marchio Fiat contribuirà in maniera marginale. In termini di mercato l’Italia contribuisce per appena il 5% all’ebit adjusted dell’intero gruppo.

 

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