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Denuncia i maltrattamenti del marito ma il giudice le toglie il figlio: “Mi hanno strappato il cuore”

“Non vivo più, non ho una vita, mi hanno strappato il cuore. Sentirlo piangere e non potergli stare vicino è il dolore più grande”. Sono le parole di Giada Giunti, una madre straziata dal dolore che da un anno e mezzo non può vedere suo figlio. Da quando il bambino, che oggi ha 14 anni, è stato affidato al padre con una sentenza del luglio 2019, la madre può sentirlo solo una volta a settimana, per 20 minuti, e non può ricevere notizie sulla sua vita. “Sono quasi 4 anni che hanno sequestrato e tolto mio figlio – ha detto Giada a TPI -. Si continua a parlare di violenza sulle donne, ma di fatto dopo che ho denunciato non solo non sono stata protetta, ma mi hanno tolto mio figlio e sono stata anche rinviata a giudizio”. Una scelta, quella dell’affido al padre, che è avvenuta nonostante le lettere e gli audio registrati da Giada durante gli incontri con gli assistenti sociali (e pubblicati da Il Giornale) in cui il bambino chiede di tornare dalla madre e racconta di aver visto il padre picchiare la madre (“Tu sai cosa ci ha fatto a me e a te, lo sai cosa ci ha fatto, che ci faceva stare male”; “Io ho visto che la picchiava e faceva un casino pure qua, davanti a tutti”). “Queste registrazioni dicono che mio figlio vuole vivere con me, ma non sono mai state valutate”, ha denunciato Giada.
La storia di Giada Giunti
Era il 15 dicembre 2016 quando il figlio di Giada viene prelevato da scuola e portato in una casa famiglia. La Giunti ha raccontato di “un ex marito violento che ha chiesto la casa famiglia per il proprio figlio pur di allontanarlo da lei”. “All’inizio pensavo che il mio ex marito fosse molto geloso, solo più tardi ho capito che era oppressivo nei miei confronti. Era ossessionato: niente sport, niente circolo, niente amici”, ha raccontato ancora Giada a TPI. Secondo la donna il primo problema cardine della vicenda è accaduto a febbraio 2010, dove Giada si sarebbe “permessa” di lasciare il suo ex marito, uomo possessivo, morbosamente geloso: “Ti ammazzo, ti tolgo tutto ciò che hai, ti faccio vivere l’inferno, ti lascio senza soldi, ti tolgo tuo figlio e non te lo faccio più vedere”, ha detto l’uomo a Giada, ben consapevole che per la donna il figlio rappresenta per lei una ragione di vita.
In questi anni Giada non si è mai arresa: si è incatenata più volte per protesta in piazza Montecitorio, davanti alla Camera dei deputati, e sul suo caso sono state presentate anche tre interrogazioni parlamentari e un’interpellanza. Lo scorso maggio, il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, rispondendo a un’interrogazione presentata da Veronica Giannone (segretario della commissione parlamentare per l’Infanzia e l’adolescenza), ha chiesto che venga rispettato “il pieno diritto di ascolto del minore considerato che nel caso trattato sembrerebbe essere completamente trascurata la volontà di quest’ultimo”. Ma finora non si è mosso nulla, né hanno sortito effetto le istanze urgenti presentate dalla madre nei mesi scorsi.
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