
Giorgia Meloni ha cercato un’intesa con Pedro Sánchez, leader europeo che rappresenta una visione politica distante dalla sua, durante il vertice di Bruxelles. La presidente del Consiglio italiana e il premier spagnolo hanno condiviso la necessità di evitare che il futuro dell’Europa sia deciso da un ristretto gruppo di grandi potenze.
Secondo quanto emerso dai colloqui, Meloni ha ribadito la richiesta di un inviato unico dell’Unione europea per rappresentare tutti i Ventisette nelle relazioni con Mosca. La premier ha sottolineato che, senza una voce comune, si rischia di procedere in ordine sparso, favorendo indirettamente la strategia del Cremlino.
La convergenza tra Meloni e Sánchez appare significativa nonostante le profonde differenze ideologiche che li dividono su temi quali politiche migratorie, diritti civili, modello economico e alleanze europee. Tuttavia, in ambito europeo, gli interessi nazionali spesso prevalgono sulle appartenenze ideologiche, creando un terreno comune tra Italia e Spagna.
Per Meloni, lasciare la negoziazione sull’Ucraina nelle mani dell’E3 — Francia, Germania e Regno Unito — significherebbe accettare un’Europa guidata da pochi grandi Paesi, una prospettiva ritenuta pericolosa per gli equilibri comunitari e per il ruolo dell’Italia.

La richiesta di un inviato unico non è solo una questione diplomatica, ma riflette una più ampia battaglia politica sul modello di integrazione europea. La premier italiana teme che la guerra in Ucraina stia favorendo un sistema decisionale informale in cui le principali scelte vengono prese da un ristretto gruppo di governi, con gli altri Stati coinvolti solo successivamente.
Lo stesso scenario si sta riproponendo sul nuovo bilancio pluriennale dell’Unione europea. Meloni e Sánchez condividono la preoccupazione verso le richieste dei Paesi rigoristi del Nord, che mirano a ridurre la spesa europea e i fondi per la coesione territoriale. Per Italia e Spagna, invece, ridurre tali risorse significherebbe colpire settori strategici come agricoltura, pesca e lo sviluppo delle aree più fragili.
Il paradosso di Bruxelles consiste quindi nella convergenza tra una leader della destra conservatrice e un premier socialista, avversari su quasi tutti i fronti ma alleati nel contrastare un governo europeo dominato esclusivamente dalle maggiori potenze.