Esteri

Gli eroi del London Bridge? Tra loro anche l’assassino di una ragazza disabile

Lo hanno chiamato “eroe” per ore, gli utenti del web, esaltati da quelle immagini che lo mostravano, insieme ad altre persone, lanciarsi contro l’attentatore Usman Khan, il terrorista del London Bridge. Ma quell’uomo celebrato sui social, James Ford, era in realtà un detenuto in libera uscita, condannato all’ergastolo per un reato terribile: la morte di Amanda Champion, una ragazza di 21 anni con disabilità mentali sgozzata con un coltello, senza un vero e proprio movente. Una verità venuta a galla solo successivamente e che ha fatto inorridire la famiglia della vittima.

“Per noi resta un assassino e un essere abietto” ha infatti commentato Angela Cox, l’indignata zia di Amanda, sulle pagine di Repubblica. Aggiungendo poi: “Per favore, non chiamatelo eroe. Non lo è. La polizia nemmeno ci aveva detto che era uscito di carcere, è una vergogna”. Ford non si era mai consegnato alle forze dell’ordine di sua volontà e non si era mai detto pentito per il delitto, consumato nel 2003 ad Ashford, nel Kent. James era però diventato una star della rete per qualche ora, insieme alle altre 6-7 persone che insieme a lui si erano scagliate contro il terrorista.
Di quel gruppo di “eroi per caso” ci sono alcuni ancora sconosciuti. Uno è un signore di mezza età che nei video è mostrato mentre coraggiosamente acceca e stordisce Khan con un estintore. Un altro ha strappato il machete insanguinato dalle mani dell’attentatore, scappando poi via per impedirgli di recuperare la sua arma. Ha un nome, invece, il ragazzo di 24 anni sceso per affrontare a pugni il terrorista, di passaggio per caso sul posto con la sua macchina: si chiama Thomas Gray ed è il titolare di un’agenzia di guide turistiche.Infine Lukasz, un cuoco polacco della Fishmongers’Hall, che appena ha visto Khan accoltellare le prime persone ha rimosso dal muro una zanna ornamentale di narvalo, un tipo di cetaceo, e inseguito il killer fino all’inizio del London Bridge picchiandolo. Di lui si conosce il nome, non il cognome. Ma tanto è bastato per far scattare la rivincita della comunità polacca, contro la quale i sostenitori della Brexit hanno tante volte puntato il dito e che ora si gode la fama.

La famiglia Benetton si difende: “Non siamo carnefici ma vittime”