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Generazione-Greta: perché non va giù ai vecchi intellettuali (tipo Cacciari)

Perché Greta, e quella che viene chiamata, appunto, “generazione Greta”, è così avversa non solo agli ignoranti ma anche a larga parte del mondo cosiddetto intellettuale? L’enormità e la drammaticità della crisi climatica non bastano, da sole, a quanto pare, a convincerci e spingerci ad un drastico cambiamento di rotta. I dati sul clima, i documentari sulla distruzione delle foreste, anche i più terribili, ci sconvolgono ma non ci commuovono. E qui entra in gioco Greta, e la sua generazione: milioni di ragazzi scesi in piazza e attraverso la partecipazione ad un evento collettivo sono diventati ecologisti.

Quanto moralismo sta negli adulti che credono che vi sia sempre un cursus honorum dell’impegno civile: e infatti loro poi non fanno nulla e non hanno fatto nulla per evitare che si arrivasse a questo punto. Colpiscono ad esempio le parole del filosofo Massimo Cacciari sulle pagine del Corriere, mentre si straccia le vesti di fronte ad un popolo di ragazzini che riempie le piazze.

Cacciari lancia il suo anatema, “i problemi non si affrontano in termini ideologico-sentimental-patetico”. Si appella agli scienziati, come unici depositari del sapere sull’ambiente, trascurando la dimensione psicologica, l’economia dei comportamenti, le dinamiche collettive, che consentono agli scienziati di fare passare i loro messaggi e farli diventare azioni, progetti, politiche. Ma Greta non ha mosso milioni di ragazzi in tutto il mondo perché ha mostrato numeri o rivelato verità nascoste.

C’è riuscita perché ha messo in campo la sua giovinezza, il suo corpo, la sua parola. Ha osato dire – con tutto il suo modo di essere – che l’ambiente è cosa troppo importante per essere lasciata ai soli ambientalisti, agli scienziati ed ai politici. È questione urgente e trasversale, che riguarda tutti, soprattutto i più giovani che dovranno viverci in questo mondo da qui in avanti, mentre i più grandi – per forza di cose – lo lasceranno prima.

Greta si rivolge ai ragazzi sapendo che le nuove generazioni sono già ambientaliste, per nascita. Non ascoltano parole, prediche o reprimende, imparano facendo, vivendo, apprendono per via empatica, copiando e replicando modelli. Il pensiero ecologico si attiva per via empatica, facendo sentire ai ragazzi che sono parte di movimento collettivo. Esattamente quella dimensione politica e collettiva, che è mancata negli ultimi anni. Abbiamo bisogno di racconti più caldi, più vicini all’esperienza delle persone.

Bisogna tornare a raccontare la natura come un sistema generativo che coinvolge esseri viventi con diverse capacità di reazione, ripartire dal basso, tornare a descrivere possibili terreni di vita da cui ripartire. Non servono freddi dati e analisi filosofiche e statistiche. Serve una nuova coscienza ambientale. E Greta influisce – per fortuna – in questa formazione. Alla faccia di una generazione vecchia e stanca che sta ancora aggrappata ai suoi modelli che non hanno più nulla da dire. E da fare.

 

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