
Ho cantato Cirano alla Gabbia, pur sapendo che non fosse tra le migliori canzoni di Guccini. Ma aveva potenza e con la SkassaKasta ne aggiungemmo ancora un po’ con un arrangiamento hard rock. Non è una canzone facile da cantare (a maggior ragione per chi come me non è un cantante) ma era la canzone giusta per quella puntata. Avevo cantato anche “Dio è morto”.
Di Guccini avrò visto una decina di concerti e lo considero uno dei miei cantautori preferiti fin da adolescente quando lo si cantava nei bivacchi dei campi scout. Ho tutto. Ma mi sottraggo al gioco delle canzoni preferite: le canzoni sono una macchina del tempo, sono il termometro dei tuoi umori e dei tuoi stati d’animo, sono una coccola o un doping.

Guccini è l’impegno politico spesso più come punteggiatura che come testo. Guccini è però anche tanto altro, a cominciare dalla sua straordinaria capacità di raccontare storie e di saperle scrivere in modo tale che potessero restare nel tempo musicale e nel giro di accordi. Quasi una formula magica, anarchicamente magica.
Sì, c’è il Guccini di Auschwitz (potentissima!), di Dio è morto, della Locomotiva. E poi c’è il Guccini di Culodritto (dedicata alla figlia), di Farewell come evoluzione di Incontro, di Madame Bovary; le Ragazze della Notte o quella Piccola Storia Ignobile; le storie di Osteria, le canzoni di notte; i ricordi di Silvia Baraldini e di Silvana che perde la vita per un incidente in autostrada. Certo, ci sono Eskimo, via Paolo Fabbri 43, Vedi Cara. E la Lettera di Stagioni.
C’è altro da aggiungere? Sì, tanto tanto e quel che in fondo mi rendeva Guccini ancor più speciale, emiliano e pop; riascoltatevi le burle della Genesi, della Fiera di San Lazzaro, Talkin sul Sesso, il Bello… Olè.