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Ikea: morto Ingvar Kamprad, fondatore del gruppo

«Che male c’è confrontare i prezzi sulle bancarelle e scegliere le cose più convenienti? O andare al mercato prima della chiusura, quando fanno gli sconti? Penso sia meglio passare per tirchi che buttare i soldi dalla finestra». Una legittima esternazione da modesto pensionato può assurgere a massima filosofica se a pronunciarla è uno degli uomini più ricchi del mondo, Ingvar Kamprad, più noto come «Mister Ikea»

Viaggiava in economy, guidava una vecchia auto e preferiva abiti usati alle griffe di lusso. “Mi vesto sempre acquistando al mercatino delle pulci” raccontava due anni fa in un’intervista rilasciata alla tv svedese TV4 in occasione del suo 90esimo compleanno. Quella di Ingvar Kamprad, il fondatore di Ikea scomparso all’età di 91 anni non può certo definirsi una vita da paperone con le mani bucate.

Anzi Kamprad era milionario atipico, con il pallino del risparmio, che partendo dal nulla è riuscito a creare quello che oggi è un vero impero mondiale, con una rete capillare di negozi a livello globale per un totale di 190mila occupati e un giro di affari intorno ai 35 miliardi di euro. Ma di fronte a una tale opulenza di cifre lui non si scompone. 

ikea-fondatoreNato a Ljungby il 30 marzo 1926, Kamprad è stato uno degli uomini più ricchi del mondo, tanto da piazzarsi al quarto posto tra i più facoltosi del 2007, con un patrimonio di 33 miliardi di dollari. L’entità del suo patrimonio proprio non si vedeva dal suo tran-tran: anni fa, aveva avuto difficolta’ ad entrare ad una serata di gala nel corso della quale doveva ricevere un prestigioso premio come ”businessman dell’anno” perché le guardie del corpo lo hanno visto arrivare in autobus. A Londra, evitava di prendere il taxi e gira in metropolitana o in autobus. E si vantava di aver scaricato dopo molti anni il parrucchiere di fiducia quando ne aveva trovato un altro che gli fa lo stesso servizio di barba e capelli ad un prezzo piu’ conveniente, circa 7,5 euro.

Nonostante il successo, il papà di Ikea ha sempre vissuto una vita parsimoniosa, scandita da intuizioni geniali. Come quella che ebbe da giovanissimo, quando iniziò a vendere fiammiferi ai vicini di casa. A 17 anni il padre gli donò dei soldi e lui li usò per costruire Ikea, acronimo composto dalle iniziali del suo nome più Elmtaryd, la fattoria di famiglia dove crebbe, e Agunnaryd, un villaggio nella provincia di Småland.

All’inizio l’azienda era specializzata nella vendita di articoli come penne, fiammiferi, orologi e decorazioni. Poi, nel 1950 i mobili entrarono a fare parte dell’assortimento e l’anno seguente uscì il primo catalogo. Nel 1953 la sede venne trasferita ad Älmhult, nel sud della Svezia, dove Kamprad aprì il primo negozio cinque anni più tardi. Da quel momento Ikea si specializzò nell’arredamento low cost, offrendo ai propri clienti la possibilità di montare da soli i propri mobili, risparmiando sui costi.

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ikea-fondatoreA quel tempo i trasporti costavano troppo e la gente preferiva  trasportare la merce da sé. Ma portare via un tavolo con le 4 gambe montate diviene proibitivo perché occupa troppo volume. Così, un collaboratore ha la brillante idea di trasportare il tavolo separando le gambe. Da allora, i mobili IKEA vengono progettati rispettando 2 requisiti principali: il basso prezzo e la trasportabilità.

In passato Mister Ikea destò scalpore per le simpatie a un gruppo filo-nazista durante la Seconda Guerra Mondiale. Una vicenda che lo stesso Kamprad definì il più grande errore della sua vita.

”Con i soldi – spiegava – sto abbastanza attento. Sono una specie di scozzese di Svezia. D’altronde se incomincio a comprare beni di lusso spingo gli altri a imitarmi ed è importante che i leader diano il buon esempio”. In coerenza con questa filosofia Mister Ikea stava alla larga dai ristoranti più costosi e aveva dato una luminosissima prova della sua eccezionale frugalità quando la cittadina natale gli aveva eretto una statua: dopo aver tagliato il nastro inaugurale come si fa in queste occasione, l’aveva ripiegato con cura e consegnato al sindaco. ”Puo’ essere ancora usato”, aveva sussurrato.

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