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Il conto nascosto delle guerre: non esiste un beneficio geopolitico

Il cessate il fuoco può fermare i combattimenti, ma non ripulire una falda acquifera. Né eliminare i metalli pesanti dal terreno o rendere sicure le macerie di una città. Accanto alla tragedia umana, le guerre producono una devastazione ambientale che può continuare a danneggiare salute, agricoltura ed economie locali molto dopo la fine delle ostilità. Non è una conseguenza separata dall’emergenza umanitaria: quando vengono compromessi l’acqua, il suolo e l’aria, a diventare più difficile è la possibilità stessa di tornare a vivere in un territorio. 

Quanto pesano davvero gli eserciti sul clima

Uno dei numeri più citati nel dibattito riguarda il contributo delle attività militari alle emissioni globali. Uno studio pubblicato nel 2022 da Scientists for Global Responsibility e dal Conflict and Environment Observatory, il Ceobs, lo ha stimato intorno al 5,5% dei gas serra mondiali. Il calcolo considera i consumi dei mezzi, le basi e le catene di approvvigionamento industriale. 

È però necessaria una precisazione: quel 5,5% non rappresenta le sole emissioni provocate dalle guerre. Riguarda l’impronta complessiva del settore militare, comprese le attività svolte fuori dai combattimenti. Inoltre, gli autori segnalano lacune nei dati ed escludono dal conteggio diverse conseguenze dei conflitti, come gli incendi degli ecosistemi e la ricostruzione. Una stima importante, dunque, ma non un censimento completo del danno climatico bellico. 

Ucraina: le emissioni di oggi e i contaminanti di domani

La guerra in Ucraina mostra quanto questa contabilità sia complessa. Il rapporto pubblicato nel febbraio 2026 dall’Initiative on Greenhouse Gas Accounting of War stima per i primi quattro anni dell’invasione russa un’impronta di circa 311 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente, l’unità utilizzata per confrontare l’effetto dei diversi gas serra. Il totale comprende sia emissioni già prodotte sia quelle previste per ricostruire quanto è stato distrutto. 

Le operazioni militari rappresentano circa 114 milioni di tonnellate, gli incendi della vegetazione oltre 70 milioni. Alla ricostruzione vengono attribuiti altri 73 milioni circa: una quota legata soprattutto alla futura produzione e all’impiego di materiali come cemento e acciaio. Il danno climatico, quindi, non coincide soltanto con il carburante bruciato dai mezzi sul fronte. 

Sul terreno, invece, una delle eredità più preoccupanti riguarda la diga di Kakhovka, distrutta nel giugno 2023. Uno studio pubblicato su Science nel marzo 2025, guidato dall’istituto tedesco Igb, ha stimato che i sedimenti rimasti esposti dopo lo svuotamento del bacino contenessero circa 83.300 tonnellate di metalli pesanti, tra cui piombo, cadmio e nichel, accumulati nel tempo attraverso l’inquinamento del bacino idrografico. 

Non significa che tutta questa massa sia stata immediatamente riversata nei fiumi. Il rischio è anche progressivo: erosione, piogge e allagamenti possono mobilitare i contaminanti, trasformando l’ex fondale in una fonte di inquinamento duratura. La distruzione di un’infrastruttura può così riattivare un problema ambientale formatosi nell’arco di decenni. 

Gaza: sotto le macerie c’è anche un’emergenza ambientale

A Gaza la rimozione dei detriti è uno dei passaggi più difficili verso qualsiasi ripresa. La valutazione dei danni e dei fabbisogni pubblicata nell’aprile 2026 da Banca mondiale, Unione europea e Nazioni Unite indica circa 68 milioni di tonnellate di macerie. Il rapporto descrive anche la presenza di rifiuti sanitari e materiali contaminati da acque reflue, carburanti e sostanze pericolose. 

Già nel settembre 2025 il Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente, Unep, aveva avvertito che circa il 15% dei detriti allora stimati poteva presentare un rischio relativamente elevato di contaminazione da amianto, scarti industriali o metalli pesanti. Per questo sgomberare le strade non equivale semplicemente a caricare cemento sui camion: occorrono selezione dei materiali, gestione dei rifiuti pericolosi e messa in sicurezza. 

Il problema si estende all’acqua e alla produzione alimentare. L’Unep ha segnalato il probabile aggravamento della contaminazione della falda per il collasso dei sistemi fognari e la distruzione delle reti. La perdita della vegetazione e il compattamento dei terreni hanno inoltre ridotto la capacità del suolo di assorbire acqua, aumentando il rischio di ruscellamento e allagamenti. Ricostruire abitazioni senza recuperare questi servizi ambientali lascerebbe irrisolte condizioni essenziali per viverci. 

Iran: quando gli impianti petroliferi diventano una fonte di esposizione

Un altro meccanismo emerge dagli attacchi agli impianti petroliferi in Iran. In una dichiarazione del 13 marzo 2026, l’Unep ha riferito che colpi contro strutture situate anche nell’area urbana di Teheran erano stati confermati attraverso il telerilevamento. L’organizzazione ha richiamato l’attenzione sui fumi contenenti composti pericolosi inalati dalla popolazione, compresi i bambini. 

Colpire un deposito di carburante non produce quindi soltanto una perdita energetica o economica. Incendi e sversamenti possono esporre le comunità a particolato ed emissioni tossiche, oltre a contaminare l’ambiente circostante. Per conoscere l’entità delle conseguenze nel tempo servono però monitoraggi e misurazioni: le immagini delle colonne di fumo documentano un’emergenza, ma da sole non quantificano il danno sanitario futuro. 

La ricostruzione costa anche prima di cominciare

La dimensione economica aiuta a comprendere la portata del problema. Nel febbraio 2026, una valutazione congiunta di governo ucraino, Banca mondiale, Commissione europea e Onu ha stimato in quasi 588 miliardi di dollari il fabbisogno di ricostruzione e ripresa dell’Ucraina nel decennio successivo, sulla base dei danni rilevati fino al 31 dicembre 2025. È un importo vicino a tre volte il Pil nominale stimato del Paese per il 2025. 

Quella cifra non misura il solo danno ambientale: comprende abitazioni, trasporti, energia e numerosi altri settori. Sarebbe scorretto presentarla come il prezzo delle bonifiche. Mostra però la scala delle necessità entro cui anche il recupero ambientale deve trovare risorse. 

Rendere sicure le macerie e ripristinare l’accessibilità dei territori non è una spesa accessoria. Come sottolinea il Programma Onu per lo sviluppo a proposito di Gaza, la rimozione dei detriti è una condizione preliminare per riaprire scuole e ospedali, riattivare i mercati locali e consentire l’arrivo degli aiuti. Prima ancora di costruire, bisogna rendere possibile il lavoro di chi dovrà farlo. 

Riparare l’ambiente significa rendere possibile il ritorno

La risposta richiede bonifiche, controllo della qualità dell’acqua, ripristino delle reti fognarie e gestione sicura dei rifiuti. Dove possibile, il recupero dei materiali può accompagnare la ricostruzione, ma deve inserirsi in un processo che identifichi prima i rischi e protegga lavoratori e residenti. Gli esperti dell’Unep insistono proprio su questo: il recupero ambientale deve essere parte della risposta ai conflitti, non un intervento rinviato a quando tutto il resto sarà risolto. 

La ricostruzione non si misura soltanto nei palazzi rimessi in piedi. Si misura anche nella possibilità di bere acqua sicura, coltivare un campo e tornare a vivere senza essere esposti all’eredità tossica della guerra.

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