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Intelligenza artificiale, l’allarme della Bce: il boom dei mercati può diventare una nuova bolla

L’intelligenza artificiale sta cambiando rapidamente il modo di lavorare delle imprese, gli investimenti e le abitudini dei consumatori. La corsa verso questa nuova tecnologia, però, ha aperto anche un fronte finanziario sempre più delicato. Un’analisi pubblicata sul blog della Banca centrale europea avverte che le valutazioni del settore tecnologico statunitense sono tornate su livelli paragonabili a quelli raggiunti durante la bolla delle dot-com.

Uno degli indicatori osservati è il rapporto Cape, utilizzato per confrontare i prezzi delle azioni con gli utili reali medi registrati dalle società negli ultimi dieci anni. Il valore si trova oggi vicino ai massimi storici, segnalando quanto siano elevate le aspettative incorporate nelle quotazioni delle grandi aziende tecnologiche.

Il documento non rappresenta una posizione ufficiale del Consiglio direttivo della Bce, ma è stato firmato da cinque economisti dell’istituzione. Il punto centrale dell’analisi è che una correzione dei mercati potrebbe verificarsi anche qualora l’entusiasmo nei confronti dell’intelligenza artificiale fosse fondato e la tecnologia riuscisse davvero a produrre importanti aumenti della produttività.

Perché i prezzi possono scendere anche se l’Ia funziona

Il confronto con la fine degli anni Novanta non significa che l’intelligenza artificiale sia priva di valore o destinata a fallire. Anche innovazioni come internet, l’elettricità e le ferrovie hanno trasformato profondamente l’economia mondiale. Il loro sviluppo, tuttavia, è stato spesso accompagnato da fasi di entusiasmo eccessivo, seguite da forti ridimensionamenti delle quotazioni finanziarie.

Nelle prime fasi di una rivoluzione tecnologica, gli investitori tendono ad attribuire un valore molto elevato alle imprese considerate capaci di conquistare una posizione dominante. I prezzi delle azioni iniziano così a riflettere guadagni futuri enormi, che devono ancora essere realizzati e che potrebbero richiedere molti anni per concretizzarsi.

Quando l’innovazione si diffonde, il rischio non resta più concentrato soltanto su poche aziende. Gli investimenti aumentano, le aspettative coinvolgono un numero crescente di titoli e un eventuale rallentamento può propagarsi all’intero sistema finanziario. In quel momento gli investitori possono iniziare a chiedere un premio più alto per il rischio, provocando una discesa delle quotazioni persino in presenza di utili ancora positivi.

L’esposizione europea ai colossi americani

Uno degli aspetti più delicati riguarda le cosiddette Magnifiche Sette: Alphabet, Amazon, Apple, Meta, Microsoft, Nvidia e Tesla. Queste società hanno assunto un peso sempre maggiore all’interno dei principali indici azionari statunitensi, diventando una componente fondamentale di numerosi fondi comuni e prodotti finanziari acquistati anche dai risparmiatori europei.

Secondo i calcoli citati dagli economisti della Bce, le famiglie dell’area euro deterrebbero circa 440 miliardi di euro in titoli tecnologici statunitensi. Una parte rilevante di questa esposizione non avviene attraverso l’acquisto diretto delle azioni, ma tramite fondi ed Etf che replicano l’andamento dei grandi indici internazionali. Anche compagnie assicurative e fondi pensione risultano esposti al settore.

La diversificazione promessa da questi strumenti potrebbe quindi nascondere una concentrazione significativa su un numero ristretto di grandi aziende. In caso di ribasso, le richieste di rimborso da parte degli investitori potrebbero costringere i fondi a vendere le attività più liquide, alimentando nuove perdite e ulteriori riscatti. È questo il meccanismo che potrebbe trasformare una normale flessione di Borsa in un problema più ampio per la stabilità finanziaria.

L’Europa è meno euforica, ma non è al riparo

I listini europei mostrano valutazioni generalmente più contenute rispetto a quelli statunitensi e continuano a essere dominati da imprese appartenenti ai settori tradizionali dell’economia. Gli investimenti digitali e la produttività dell’area euro stanno crescendo, ma senza mostrare la stessa intensità speculativa osservata negli Stati Uniti.

Il rischio che una nuova bolla tecnologica nasca direttamente in Europa appare quindi più basso. Questa protezione, tuttavia, è soltanto relativa. I mercati finanziari europei e americani sono fortemente collegati e tendono a muoversi nella stessa direzione soprattutto durante le fasi di maggiore instabilità.

Un crollo dei grandi titoli tecnologici statunitensi potrebbe ridurre la fiducia degli investitori, irrigidire le condizioni di finanziamento e frenare gli investimenti e le assunzioni anche nel Vecchio Continente. Rispetto all’epoca della bolla dot-com, inoltre, governi e banche centrali dispongono oggi di margini più limitati per sostenere l’economia attraverso nuovi tagli dei tassi o un forte aumento della spesa pubblica.

Il successo della tecnologia non garantisce quello degli investimenti

L’avvertimento degli economisti non equivale a una previsione di un crollo imminente. Stabilire quando potrebbe avvenire una correzione resta estremamente difficile e le quotazioni potrebbero continuare a crescere qualora l’intelligenza artificiale producesse risultati superiori alle attese.

Il messaggio della Bce è però chiaro: il successo industriale e tecnologico dell’Ia non garantisce che qualsiasi prezzo pagato dagli investitori sia sostenibile. Una tecnologia può trasformare l’economia e, nello stesso tempo, generare valutazioni finanziarie eccessive. Per questo il boom dell’intelligenza artificiale non riguarda più soltanto l’innovazione, ma è diventato anche una questione di stabilità economica e finanziaria per l’Europa.

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