Europa

Italexit: lo scenario apocalittico che fa tremare più Bruxelles di Roma

Non ci sono dubbi, Italexit fa più paura a Bruxelles che a Roma. La possibilità che l’Italia esca dall’Euro, la moneta unica considerata una prigione dall’alleanza sovranista al governo da pochi mesi a Roma, continua ad essere solo una lontana ipotesi. Ma lo scenario in cui matura anche solo l’ipotesi di Italexit è oggetto di analisi da molto tempo, da Bruxelles a Francoforte, dove ha sede la Banca Centrale Europea. Sembra quasi scontato ricordare che l’uscita dalla moneta unica di un paese come l’Italia, terza economia dell’Unione, decreterebbe di fatto la fine dell’Europa come l’abbiamo concepita finora. La reazione a catena che s’innescherebbe avrebbe conseguenze ancora difficili da quantificare ma irrimediabilmente negative sulle economie di tutti gli stati membri, a partire da quelli più esposti finanziariamente con Roma.

Italexit, la follia del ritorno alla Lira, sarebbe prima di tutto una sciagura per l’Italia, già alle prese con una lunga crisi mai superata e un debito pubblico mai davvero sotto controllo fin dall’avvio dell’unione monetaria. «Uscire dall’euro avrebbe un costo. Certo. Per questo per l’Italia l’opzione migliore è restare nell’eurozona e riformarla dall’interno. Ma se non fosse possibile cambiare le regole e la struttura della moneta unica, il vostro Paese alla fine potrebbe non avere scelta. L’abbandono dell’euro è solo l’ultima spiaggia». Così aveva parlato solo tre mesi fa Joseph Stiglitz, professore alla Columbia University. Le parole del premio Nobel per l’economia 2001, così critico nei confronti della moneta unica tanto da dedicarle un libro e additarla come “minaccia per il futuro dell’Europa”, oggi suonano ancora più sinistre.

italexit juncker conte

Se come annunciato il governo Conte confermerà nella Legge Finanziaria i numeri del Def, con il rapporto debito/Pil al 2,4% l’anno prossimo, consegnando il paese agli attacchi continui della speculazione, la rottura tra Roma e Bruxelles potrebbe consumarsi fino alla separazione definitiva. Ma le colpe non stanno tutte a Roma, o meglio, non dipendono esclusivamente dal colore del governo insediato a Palazzo Chigi. Che l’Italia non abbia realizzato fino in fondo le riforme strutturali che le avrebbero permesso di tornare a crescere è chiaro a tutti. Ma non sono solo i sovranisti a sostenere che l’Eurozona così come è oggi non può più funzionare, anche se, è bene ribadirlo, le soluzioni proposte sono radicalmente diverse. Ancora Stiglitz: «Ciò che andrebbe riformato strutturalmente, invece, è l’Eurozona. Se non si arriva a un minimo di condivisione dei rischi, l’Unione monetaria non può sopravvivere. La Germania deve capirlo». 

Già, la Germania. Dopo aver imposto i tassi di cambio nel 2002 ed aver ammazzato il potere d’acquisto della classe media, almeno in Italia, i tedeschi dopo il sanguinoso salvataggio della Grecia, hanno dovuto ingoiare la pillola del sostegno al debito pubblico dei paesi meno virtuosi, tra questi l’Italia. Ma ora che il Quantitative Easing è agli sgoccioli e il mandato di Mario Draghi è quasi in scadenza, come sarà affrontato il problema del debito crescente? C’è un conflitto latente tra Roma (ma anche Madrid, Lisbona) e Bruxelles, un conflitto irrisolvibile se non con una profonda riforma o una rottura. E sono entrambe soluzioni che al momento fanno tremare più Bruxelles che Roma.

Già, perché secondo Stiglitz ma anche secondo molti altri analisti che pure non hanno mai lontanamente aspirato ad un premio Nobel, l’unica soluzione per salvare l’Unione Europea e la sua moneta unica è l’Unione bancaria con la garanzia unica sui depositi. Altro che Bail-in, insomma. «Serve per evitare fughe di capitali dai Paesi deboli a quelli forti: se fosse fatta, i rischi nei Paesi deboli calerebbero di molto. Invece in Europa si segue la morale di Sant’Agostino: si dice che tutti saranno salvati dai peccati, ma non ora», afferma Stiglitz.

Insomma, un’Unione non può basarsi semplicemente sull’utilizzo della stessa moneta corrente e su regolamenti che non incidono realmente sulla crescita, anzi, molto spesso la vincolano, deprimendola. Così come la soluzione non è l’irresponsabilità, “non mi dai flessibilità, quindi me la prendo violando le regole”, come stanno facendo oggi Salvini e Di Maio. La soluzione è fatta di responsabilità, solidarietà e strumenti comuni: questa sarebbe una vera Unione. Perché invece di demandare ai singoli stati la scelta di erogare o meno sussidi per il sostegno del reddito (anche indebitandosi pesantemente come pensa di fare l’Italia con il reddito di cittadinanza), l’Europa non ha scelto un’assicurazione unica contro la disoccupazione? Perché non è mai stato immaginato un meccanismo europeo che scatti quando il tasso di disoccupazione in un Paese supera certi livelli?

italexit

Si parla da anni di un bilancio comune, ma serve più coraggio. Servono risorse vere per sostenere i Paesi che finiscono in crisi e che non hanno più la possibilità di svalutare la moneta per risollevarsi, se non aumentando il debito e facendo così pericolosamente il gioco della speculazione come l’Italia in questi giorni di spread galoppante. E non esistono solo i capitoli di spesa. Pensiamo agli investimenti, centrali per la crescita di qualsiasi paese: la Cina sta investendo miliardi per cambiare la sua geografia economica. In Europa, invece, il budget comunitario per gli investimenti in infrastrutture è insufficiente. Gli stati membri non sono abbastanza interconnessi e alla fine le scelte di ciascuno diventano giocoforza più onerose, spesso insostenibili.

Il vero timore, dopo la Brexit, non è dunque tanto quello di una pur disastrosa Italexit quanto quello di una rovinosa e catastrofica implosione di Bruxelles, incapace di pensare al suo futuro. Un’Europa preda dell’assalto populista che da Roma, Budapest, Vienna passando per Germania e Svezia i sovranisti aizzati del guru d’oltreoceano Steve Bannon stanno preparando da tempo, sotto gli occhi di tutti. Eccetto che di quelli, spesso troppo miopi, dei maggiorenti di Bruxelles chiusi nel palazzo di vetro in attesa degli eventi.

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