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L’Italia crolla e affonda, ma la burocrazia continua a bloccare tutto. Fermo 1 cantiere su 2

È più o meno da sempre che l’Italia avrebbe bisogno di molta meno burocrazia. E dopo l’ondata di maltempo e la conta dei danni, sono stati in molti a lamentare l’impossibilità di fare interventi (magari progettati anni fa e mai partiti) perché bloccati da norme e cavilli che impediscono di agire. Sulle grandi opere come sulle piccole. E allora arriva come una benedizione l’analisi di Sergio Rizzo pubblicata oggi su Repubblica per fare il punto sulle opere ferme e/o bloccate dalla burocrazia. E dalla cattiva gestione dei privati (vedi Autostrade). Scrive Rizzo: “Le opere per mettere in sicurezza ponti e viadotti, sistemare gli argini dei fiumi e torrenti, curare le frane, che sono ancora bloccale sono 354. Trecentocinquantaquattro cantieri fermi sui 750 censiti dall’associazione dei costruttori. Che significa 1146 per cento del totale”.

Un blocco che vale più di un miliardo di euro. “Soltanto nella provincia di Vercelli se ne contano più di un centinaio, fra cui una trentina di ponti e almeno tre viadotti. Mentre l’Italia affoga. Ed era febbraio quando il governo Conte-1 giurava che avrebbe tolto prima di subito la sabbia dagli ingranaggi. La risposta alla paralisi doveva essere lo Sbloccatatitieri. Centoquarantasei pagine di Gazzetta ufficiale, un monumentale elogio alla burocrazia. A dieci mesi dalle promesse, a sette dal decreto e cinque dalla legge di conversione, la paralisi è tota-le. Ma era tutto assolutamente prevedibile. Anche perché chi ha scritto lo Sbloccacantieri ha previsto, pensate, otto passaggi per le nomine. Genio inarrivabile”.

“Appena arrivato, il governo gialloverde ha cancellato la struttura di missione “Italia sicura” creata da Matteo Renzi per coordinare gli interventi sul dissesto. E ora accanto a una selva di cabine di regia per gli investimenti fiorite ovunque spunta “Proteggi Italia”, un piano di 10 miliardi e 853 milioni che prevede un “hub operativo al ministero dell’Ambiente, con nuclei operativi di supporto ai governatori che saranno nominati commissari straordinari per dissesto”. Commissari su commissari, una logica folle dalla quale non si esce mentre l’Italia continua a non proteggersi da chi finora non l’ha protetta. Le Regioni, per dirne una. Ma non è cambiato nulla neppure per gli interventi che dovrebbero essere al riparo dalla sfera della burocrazia pubblica. Le autostrade, per esempio”.

Dice tutto un rapporto dell’Anac del luglio scorso sulle manutenzioni, uno degli ultimi atti di Cantone: “Nessuno dei 19 concessionari presi in considerazione nel dossier aveva rispettato nel 2016 la quota di investimenti dichiarata nei piani finanziari. Gli interventi erano complessivamente inferiori al 90%. Mentre per altri sei gli impegni non risultavano onorati. In relazione a determinate opere, sul tratto della A6 la Torino-Savona, quella appunto del disastro di domenica, non risultavano inoltre rispettate in alcuni anni le norme che impongono l’affidamento degli appalti a imprese non appartenenti allo stesso gruppo”.

Conclude Rizzo: “Ancora più inaccettabile perché le norme attuali consentono ai concessionari di calcolare in tariffa l’intero importo degli investimenti programmati anche se non eseguiti. Cioè paghiamo pure le manutenzioni che non vengono fatte. Perché non è prevista alcuna sanzione economica per i concessionari che non rispettano gli impegni. Tanto da ridurre la vigilanza del ministero delle Infrastrutture a una pietosa foglia di fico”.

 

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