La rivalità tra Stati Uniti e Cina entra nei laboratori e nelle imprese che sviluppano le tecnologie del futuro. La Cia considera anche le aziende cinesi parte del proprio campo d’interesse: a chiarirlo pubblicamente è stato il vicedirettore Michael Ellis. Una presa di posizione che solleva una domanda: dove finisce la tutela della sicurezza nazionale e dove comincia la difesa degli interessi commerciali?
Che cosa ha detto il numero due della Cia

Intervenendo l’8 settembre al Billington CyberSecurity Summit di Washington, Ellis ha descritto una competizione diversa da quella affrontata durante la Guerra fredda. Alla dimensione militare si affianca una sfida economica e tecnologica: per comprenderla non basta osservare governi, eserciti e arsenali. Una parte delle informazioni rilevanti si trova nelle imprese, soprattutto nei settori dell’intelligenza artificiale, dei semiconduttori e delle biotecnologie.
Nella lettura americana, inoltre, il rapporto tra aziende cinesi e potere politico rende meno netta la separazione tra attività commerciali e obiettivi statali. È una valutazione di Washington, non la dimostrazione che qualsiasi impresa cinese operi per l’intelligence. La novità delle dichiarazioni sta soprattutto nell’esplicitare la centralità di questi obiettivi, non nel provare che l’interesse degli apparati di sicurezza per l’economia sia nato oggi.
Perché un laboratorio può contare quanto un arsenale
Il ragionamento ruota intorno alle tecnologie a duplice uso, capaci cioè di avere applicazioni civili e militari. Un progresso nell’intelligenza artificiale può migliorare prodotti commerciali ma anche capacità informatiche e di difesa. La disponibilità di semiconduttori avanzati incide sulla potenza di calcolo; le biotecnologie aprono opportunità industriali e scientifiche che possono assumere rilevanza strategica.
Da questa prospettiva, conoscere le capacità di un concorrente significa capire anche quanto rapidamente riesca a innovare, quali competenze possieda e quali dipendenze tecnologiche debba superare. Non soltanto osservare un’arma già costruita, dunque, ma valutare le conoscenze che potrebbero rendere possibili nuove capacità. È questo intreccio tra ricerca, industria e sicurezza a spiegare l’attenzione dell’intelligence e, come ha sottolineato Ellis, la necessità di personale con maggiori competenze scientifiche e tecnologiche.
Spionaggio strategico e vantaggio commerciale non sono la stessa cosa
Il confine non è una questione puramente terminologica. Nel settembre 2015 Barack Obama e Xi Jinping concordarono che i rispettivi governi non avrebbero condotto né consapevolmente sostenuto furti informatici di proprietà intellettuale finalizzati a procurare vantaggi competitivi ad aziende o settori commerciali. L’impegno comprendeva segreti industriali e altre informazioni aziendali riservate.
Quell’intesa non vietava indistintamente ogni raccolta d’informazioni riguardante l’economia: identificava una finalità specifica, il vantaggio commerciale. Perciò osservare un’azienda nell’ambito dell’intelligence non dimostra, di per sé, che i suoi segreti vengano consegnati ai concorrenti americani. Le dichiarazioni di Ellis non documentano un simile trasferimento e non bastano, da sole, a stabilire una violazione dell’accordo.
Resta però una tensione politica evidente: quanto più la sicurezza nazionale viene fatta coincidere con la superiorità tecnologica, tanto più diventa difficile distinguere i due obiettivi. Definire strategico un settore non risolve automaticamente il problema dei limiti alle attività dei servizi.
La risposta di Pechino: concorrenza trasformata in minaccia

L’11 settembre il ministero del Commercio cinese ha espresso forte preoccupazione e netta opposizione. Nella dichiarazione riportata dall’agenzia statale Xinhua, Pechino accusa Washington di dilatare il concetto di sicurezza nazionale fino a trasformare la normale competizione economica in una minaccia. Secondo il ministero, coinvolgere l’intelligence nella rivalità industriale compromette la concorrenza e la prevedibilità delle condizioni in cui operano le imprese.
La Cina ha chiesto l’immediata cessazione delle attività di spionaggio contro il Paese e le sue aziende, annunciando che adotterà le misure necessarie sulla base della legislazione contro lo spionaggio. Ha inoltre rivendicato che i progressi tecnologici cinesi derivano dal lavoro di ricercatori e imprese. Sono le argomentazioni del governo cinese: documentano la sua posizione e la durezza dello scontro, senza costituire una verifica indipendente delle attività attribuite agli Stati Uniti.
L’altro fronte: le accuse americane sull’intelligenza artificiale
Nello stesso giorno dell’intervento di Ellis, Nsa, Fbi e Cisa hanno pubblicato un’allerta congiunta sulle attività di alcune società cinesi di intelligenza artificiale. Il documento cita DeepSeek, Moonshot AI, Alibaba, MiniMax, StepFun e Z.ai, accusandole di estrarre sistematicamente capacità dai modelli americani attraverso campagne di “distillazione” su scala industriale.
Secondo le agenzie statunitensi, le attività risalirebbero almeno alla fine del 2024 e comprenderebbero milioni di interazioni con modelli avanzati. Washington sostiene che siano state aggirate restrizioni e condizioni d’utilizzo per addestrare sistemi concorrenti. Il rapporto considera probabile la consapevolezza del governo cinese: non presenta questa valutazione come una certezza. L’elenco riguarda le società accusate nell’allerta, non una lista pubblica dei bersagli della Cia.

Che cos’è la distillazione e perché è controversa
La distillazione consiste, in termini semplici, nell’utilizzare le risposte di un modello per addestrarne un altro. Può servire a trasferire competenze verso sistemi più piccoli ed efficienti, riducendo le risorse necessarie per impiegarli. È una tecnica di ricerca consolidata: non è sinonimo di intrusione informatica né comporta necessariamente l’accesso al codice del modello originario.
Anche l’allerta americana riconosce che la distillazione può essere legittima e utile. L’accusa riguarda invece le modalità delle campagne contestate: acquisire capacità proprietarie aggirando limitazioni, su una scala tale da favorire concorrenti strategici. Confondere la tecnica con un illecito automatico impedirebbe di comprendere la controversia.
Pechino respinge le accuse, sostiene che la distillazione sia una pratica diffusa anche tra le imprese americane e denuncia un tentativo di ostacolare la concorrenza. Ha avvertito che reagirà a eventuali misure contro le proprie aziende adottate con questa motivazione. Il contrasto riguarda quindi sia i fatti contestati sia le regole con cui valutare lo sviluppo dell’intelligenza artificiale.
Il nodo economico: chi sostiene i costi dell’innovazione
Il punto economico dell’allerta è il vantaggio che deriverebbe dal ridurre le spese di ricerca, calcolo ed energia necessarie allo sviluppo dei modelli. Secondo le agenzie americane, le pratiche contestate permetterebbero alle aziende cinesi di colmare più rapidamente il divario tecnologico, con possibili ricadute anche sulle capacità militari e informatiche del Paese.
L’interrogativo industriale è concreto: come remunerare gli investimenti di chi sviluppa una tecnologia senza trasformare la protezione dell’innovazione in una barriera indiscriminata alla competizione? Una risposta troppo debole potrebbe scoraggiare gli investimenti; una troppo estesa potrebbe limitare ricerca e concorrenza. È il dilemma che emerge dall’incrocio tra le accuse americane e la replica cinese, non una conseguenza economica già misurabile delle parole di Ellis.
Una questione che riguarda anche l’Europa
Il problema non è esclusivamente americano. Già nell’ottobre 2023 la Commissione europea aveva indicato semiconduttori avanzati, intelligenza artificiale, tecnologie quantistiche e biotecnologie tra le aree prioritarie per valutare i rischi alla sicurezza tecnologica e quelli di trasferimenti indesiderati di conoscenze.
Per le imprese europee, uno scenario da considerare è quello di rapporti commerciali e scientifici sottoposti a maggiore scrutinio. Un irrigidimento reciproco potrebbe aumentare i costi di protezione dei dati, rendere più complesse le collaborazioni e alimentare l’incertezza sugli investimenti. Sono rischi possibili, non effetti automatici né nuove restrizioni già introdotte da questo episodio.
La posta in gioco supera quindi la singola operazione di spionaggio: riguarda le condizioni in cui sarà possibile innovare e commerciare. Proteggere le tecnologie strategiche è un obiettivo; stabilire fin dove possa spingersi quella protezione, senza trattare ogni concorrente come una minaccia, è la questione ancora aperta.
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