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La Cina buona e la Cina cattiva: il doppio standard di Palazzo Chigi

C’è una Cina che fa comodo attaccare, e una Cina che conviene ignorare. La prima è quella delle mascherine acquistate nel 2020 dal commissario Domenico Arcuri, tornata prepotentemente d’attualità grazie ai lavori della Commissione parlamentare d’inchiesta sul Covid. La seconda è quella di Nuctech, il colosso statale di Pechino a cui l’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli ha assegnato, nel settembre 2024, due contratti per oltre 15 milioni di euro destinati a dieci scanner per i porti italiani. Sulla prima, la maggioranza scava senza sosta. Sulla seconda, tace.

Il contrasto meriterebbe più attenzione di quanta ne stia ricevendo. Le mascherine erano un bene di consumo sanitario, comprato in piena emergenza pandemica, quando l’alternativa a fornitori cinesi poco noti era semplicemente l’assenza di dispositivi di protezione negli ospedali. Gli scanner Nuctech, al contrario, sono stati scelti in una gara ordinaria, in tempo di pace, con concorrenti occidentali già in campo — prima Rapiscan, poi la controllata italiana della britannica Smiths Detection — e con segnali d’allarme già pubblici al momento della decisione: Nuctech era finita nella lista nera del Bureau of Industry and Security statunitense fin dal 2020, e la Commissione europea la stava già indagando per sospetti sussidi di Stato che le avrebbero garantito un vantaggio competitivo sleale.

Se il metro di giudizio della maggioranza è la pericolosità di affidarsi a fornitori cinesi su materie sensibili, allora il caso Nuctech dovrebbe suscitare, a maggior ragione, lo stesso allarme riservato alle mascherine — se non uno maggiore. Non si tratta di dispositivi monouso, ma di infrastrutture permanenti installate nei porti italiani, capaci di raccogliere immagini e dati sul traffico merci del Paese. Ed è un dossier che non appartiene al passato: è un contratto vigente, gestito dall’attuale amministrazione, tanto che gli Stati Uniti — secondo quanto ricostruito da Bloomberg e ripreso dal Foglio — avrebbero già presentato una protesta formale a Roma per tentare di annullare l’esito della gara, temendo che le immagini doganali finiscano nella disponibilità di Pechino.

Perché, allora, il silenzio? La risposta più semplice è anche la più scomoda: l’Agenzia delle Dogane risponde al Ministero dell’Economia, quindi a Giancarlo Giorgetti, esponente di questo governo. Mentre le mascherine sono un bersaglio a costo politico zero — permettono di colpire Giuseppe Conte e il Movimento 5 Stelle riscrivendo la memoria pubblica della pandemia — ammettere che la gara Nuctech è stata un azzardo significherebbe indicare una responsabilità interna alla propria maggioranza, non a quella avversaria. Il rigore, insomma, sembra inversamente proporzionale alla vicinanza del responsabile al governo in carica.

Non è una differenza da poco. Significa che il criterio con cui si giudica il rischio-Cina non è la gravità oggettiva della posta in gioco, ma la convenienza politica di chi dovrebbe risponderne. Ed è precisamente questo doppio standard, più che le cifre in sé, a rendere la vicenda degli scanner Nuctech un caso politico che meriterebbe la stessa luce riservata, cinque anni dopo, alle mascherine di Arcuri.

Va detto, per onestà, che le due vicende nascono sotto governi diversi, e che finora nemmeno le opposizioni hanno sollevato con la stessa energia il caso Nuctech: il silenzio, su questo fronte, sembra trasversale. Ma è proprio questa indifferenza bipartisan, di fronte a un dossier con implicazioni di sicurezza nazionale e ricadute diplomatiche già concrete, il segnale più eloquente di quanto la coerenza, in politica, resti spesso un lusso selettivo.oncrete, il segnale più eloquente di quanto la coerenza, in politica, resti spesso un lusso selettivo.

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