Vai al contenuto

“Ero il capro espiatorio giusto”: la lettera di Stasi dal carcere alle Iene

Alberto Stasi scrisse una lettera dal carcere indirizzata alle Iene in un momento in cui il caso sembrava essere dimenticato dall’opinione pubblica. Nella missiva, Stasi non chiedeva clemenza né compassione, ma solo che qualcuno leggesse con attenzione le carte processuali e informasse il pubblico basandosi sui fatti contenuti negli atti. Oggi, con la chiusura delle indagini su Andrea Sempio come unico responsabile dell’omicidio di Chiara Poggi, la lettera assume un significato rinnovato.

Stasi iniziava la sua lettera con la consapevolezza di essere noto, ma non per mezzo proprio: “Care Iene, vi scrivo da un posto in cui mai avrei pensato di dover vivere, un posto in cui non dovrei stare: il carcere. Il mio nome è Alberto Stasi. Forse avrete sentito parlare di me, ma sono sicuro che, come tutta l’opinione pubblica, non avrete mai sentito parlare di me per bocca mia. Ora è giunto il momento che sia io a parlare di me”.

Il fulcro della comunicazione era la sua ferma dichiarazione: “Io non ho ucciso Chiara e non smetterò mai di ripeterlo”, sette parole su cui ha sempre basato la sua difesa.

Il passaggio più incisivo della lettera riguarda la ricostruzione della dinamica investigativa: “Io ero il sospettato giusto; ero un buon capro espiatorio, facile, semplice, banale. Perché indagare altrove? Meglio dare in pasto all’opinione pubblica qualcuno piuttosto che ammettere un fallimento”.

Stasi proseguiva: “Io non so nemmeno chi sia stato: so solo che, a differenza di quello che ho sentito dire per anni, nessuno ha indagato in altre direzioni”. Oggi, con le nuove indagini che hanno portato a Sempio, quelle altre piste sono state percorse.

Chiara Poggi

Stasi non risparmia critiche al sistema complessivo, definendolo un doppio insuccesso: “Il fallimento del sistema, di tutto il sistema, è stato doppio perché non solo Chiara non ha avuto giustizia, ma hanno rovinato anche la mia vita, oltre ad aver lasciato in libertà uno o più assassini”. Questa affermazione è interpretata in modo differente da sostenitori e detrattori, ma oggi non può essere ignorata.

Stasi risponde anche ad uno degli aspetti più discussi nei processi mediatici, quello del suo atteggiamento e sguardo: “Lasciate stare i miei occhi (che sono chiari e non freddi) o la mia presunta antipatia. Difficile fare i simpatici quando ti accusano ingiustamente di aver ucciso la tua fidanzata, ti tengono sotto processo per più di otto anni, ti assolvono due volte, poi ti condannano e ti sbattono in galera per sedici anni. Magari poi sarò pure antipatico, ma questo non fa certo di me un assassino che non sono”.

La conclusione della lettera non è un appello disperato, ma una richiesta puntuale: “Vi chiedo solo una cosa: leggete e informate sulla base degli atti che leggete”. Stasi richiama inoltre il valore istituzionale del suo caso: “Le sentenze vengono pronunciate in nome del popolo italiano e penso, quindi, che il popolo italiano adesso debba sapere cosa è stato pronunciato in suo nome”.

Con la Procura di Pavia che ha formalmente chiuso le indagini su Andrea Sempio e gli atti inviati alla Procura Generale di Milano per l’eventuale revisione del processo, Alberto Stasi rimane ancora in carcere. Tuttavia, quella lettera, scritta quando sembrava che nessuno ascoltasse, è diventata un documento centrale nella vicenda, contenente anticipazioni su quanto sarebbe avvenuto successivamente.

Hai scelto di non accettare i cookie

Tuttavia, la pubblicità mirata è un modo per sostenere il lavoro della nostra redazione, che si impegna a fornirvi ogni giorno informazioni di qualità. Accettando i cookie, sarai in grado di accedere ai contenuti e alle funzioni gratuite offerte dal nostro sito.

oppure