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La rivoluzione di Calenda: “Così si possono sconfiggere le forze populiste”

Un’Italia che ha ignorato la necessità di gestire le trasformazioni. Che non è stata capace, non certo l’unica tra le democrazie, a capire per tempo i processi in corso e intercettarli. E che si trova oggi a fare i conti con il risorge degli spiriti nazionalisti. Un processo storico di cui parla Carlo Calenda sulle pagine del Foglio, cercando di indicare in pochi punti la strada da seguire per farsi largo in quest’epoca confusa e piena di contraddizioni. Un’epoca segnata dalla crisi del liberismo, ma anche da quella di popolari e socialdemocratici.

Calenda auspica la nascita di un nuovo pensiero politico che recuperi e rinnovi quello delle tre grandi famiglie europee: popolari, liberaldemocratici e socialdemocratici. Le priorità da seguire sono, secondo l’ex ministro, quattro. Serve, innanzitutto, rafforzare gli investimenti nella scuola, nella cultura e nella sanità, oggi insufficienti. “Dobbiamo chiarire agli italiani che il rischio di perdere la protezione sanitaria universale si sta già materializzando”.
Secondo Calenda, poi, “la riduzione delle tasse deve riguardare solo gli investimenti di famiglie e imprese e chi è in una situazione di profonda difficoltà economica. Gli investimenti pubblici e privati sono l’unica risposta. Flat tax e altre amenità del genere vanno invece abbandonate”. Il progresso però, aggiunge ancora l’ex ministro al terzo punto, “non deve essere disumanizzante e tutte le forme di comunità vanno rafforzate e incoraggiate”.Infine, “fenomeni epocali come le migrazione e la globalizzazione non posso essere gestiti ideologicamente. Il presidio dei confini è elemento costitutivo di uno stato e non può essere abbandonato. Occorre lavorare per percorsi di migrazione regolare e selettiva”. Il rischio, altrimenti, per i popolari è diventare “ruota di scorta dei nazionalisti”. Calenda ha concluso con un accenno alla crisi del Pd e a quell’attrazione fatale, mai tramontata, per i Cinque Stelle: “In mezzo c’è il nulla. O meglio, c’è un’Italia che lavora e produce ed è orfana di rappresentanza politica”.

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