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Dai campetti di Asti alla Nazionale, la lunga corsa dell’italianissimo Kean

Il primo calciatore nato negli anni 2000 a esordire in Serie A e in Champions League. Il primo della sua generazione a segnare in uno dei massimi campionati europei, quello italiano. Il primo a indossare la maglia della Nazionale. Il più giovane ad andare in gol con la casacca azzurra sulle spalle. L’uomo dei record ha un nome e un cognome, Moise Kean. Il ragazzo di cui tutti parlano, il centravanti della Juventus simbolo di un nuovo corso, di un Paese che spera dopo anni di delusioni calcistiche e ora, finalmente, vede davanti a sé un roseo futuro.

Una storia iniziata ad Asti, in quell’oratorio Don Bosco dove Kean frequentava il Grest e veniva soprannominato Mosè dagli amici. Molto più azzeccato di Moise per il contesto del catechismo, un’investitura niente male per chi nel campetto della città sfidava e batteva già i ragazzi più grandi. Come racconta Maurizio Crosetti sulle pagine di Repubblica, il bomber che fa sognare l’Italia è un ragazzo cresciuta dalla madre, Isabelle, con la quale leggeva la Bibbia tutte le sere prima di andare a letto. Lei lo ha tirato su insieme al fratello Giovanni, mente il padre si era allontanato dalla famiglia per fare ritorno solo più tardi.
I genitori di Kean parlano la lingua della Costa D’Avorio: “Ma siamo in Italia da trent’anni e nessuno è più italiano di Moise”. E d’altronde quello che un tempo era un bambino che correva dietro al pallone appena uscito da scuola, oggi rivendica a testa alta: “Sono italiano, noi figli di genitori stranieri e nati qui lo siamo tutti, non è giusto fare differenze”. Un affondo niente male per chi di ius soli non vuole ancora sentir parlare.Rispondeva un po’ stupito, Kean, a certe domande che gli venivano fatte dopo il glorioso esordio con la Finlandia, quello che lo ha visto segnare la sua prima, storica rete con la maglia della Nazionale maggiore. Non riusciva a capacitarsi del tanto clamore intorno ai suoi successi. Non si sente speciale, “un italiano come tutti gli altri”. Sì, forse l’Italia ha trovato davvero qualcuno che può cambiarla in meglio. Anche fuori dal campo.

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