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La transizione verde e il suo conto: le contraddizioni del mercato sostenibile europeo

Il Green Deal ha trasformato la sostenibilità in uno dei principali motori della politica economica europea. Dietro gli obiettivi ambientali, però, si muove un sistema complesso di obblighi, incentivi, rendite, dipendenze industriali e costi sociali. L’Italia, più esposta di altri Paesi agli alti prezzi dell’energia e alla debolezza della propria struttura produttiva, rappresenta uno dei casi più delicati.

La sostenibilità non è più soltanto una scelta ambientale

Per molti anni la sostenibilità è stata presentata come una responsabilità volontaria delle imprese e dei consumatori. Oggi questa rappresentazione non è più sufficiente. La transizione ecologica europea è diventata una vera politica industriale, fiscale e commerciale, capace di modificare il prezzo dell’energia, l’accesso al credito, le strategie aziendali e persino la convenienza di produrre determinati beni nel continente.

Il Green Deal europeo ha fissato un obiettivo ambizioso: raggiungere la neutralità climatica entro il 2050 e ridurre in modo sostanziale le emissioni già entro il 2030. Per realizzarlo, l’Unione europea ha costruito un sistema di norme che coinvolge quasi ogni settore dell’economia: trasporti, edilizia, agricoltura, industria, finanza, commercio internazionale ed energia.

La questione, quindi, non riguarda più soltanto l’opportunità di ridurre le emissioni. Riguarda il modo in cui questa riduzione viene perseguita, il costo che produce e, soprattutto, la distribuzione di quel costo.

Perché ogni transizione genera vincitori e perdenti. E quella ecologica non fa eccezione.

Un mercato creato dalla legge prima ancora che dalla domanda

Il mercato sostenibile europeo non nasce esclusivamente da un cambiamento spontaneo nelle preferenze dei consumatori. In larga parte viene costruito attraverso la regolazione.

L’Unione europea stabilisce limiti alle emissioni, obblighi di rendicontazione, standard di efficienza, percentuali minime di energia rinnovabile, regole per gli edifici, vincoli per le automobili e sistemi di tassazione della CO₂. Allo stesso tempo, offre incentivi, garanzie pubbliche, agevolazioni fiscali e finanziamenti per orientare gli investimenti privati.

Questo processo ha una sua logica. Senza un intervento pubblico, molti investimenti ambientali non sarebbero immediatamente convenienti. Il problema nasce quando l’intervento normativo precede la capacità industriale, infrastrutturale e tecnologica necessaria a rispettarlo.

In altre parole, l’Europa ha imposto una direzione al mercato senza avere ancora costruito tutte le condizioni per percorrerla.

L’Italia deve arrivare a circa 131 gigawatt di capacità rinnovabile entro il 2030. Ciò significa installare nuovi impianti, ampliare le reti elettriche, sviluppare sistemi di accumulo, accelerare le autorizzazioni e garantire la stabilità del sistema energetico. Non basta aumentare il numero dei pannelli solari o delle turbine eoliche. Occorre trasformare l’intera architettura energetica del Paese.

Ed è proprio in questa distanza tra obiettivo politico e capacità reale che si concentrano molte delle criticità.

I risultati ambientali esistono, ma non raccontano tutta la storia

La politica climatica europea ha prodotto risultati misurabili. Rispetto al 1990, le emissioni nette dell’Unione sono diminuite in maniera significativa. La quota di elettricità proveniente da fonti rinnovabili è cresciuta e il carbone ha perso progressivamente centralità nella produzione energetica.

Sarebbe scorretto negare questi progressi.

Tuttavia, il dato ambientale non può essere considerato isolatamente. Una riduzione delle emissioni può dipendere dall’innovazione tecnologica, ma può anche essere favorita dalla diminuzione della produzione industriale interna, dalla chiusura degli impianti più energivori o dal trasferimento delle lavorazioni verso Paesi con regole meno rigide.

Se un prodotto non viene più fabbricato in Europa ma viene importato dall’Asia, le emissioni europee diminuiscono contabilmente. Quelle globali, invece, potrebbero non diminuire affatto. Potrebbero persino aumentare, considerando il trasporto, la diversa efficienza degli impianti e l’uso di fonti energetiche più inquinanti nei Paesi produttori.

La transizione, quindi, non dovrebbe essere giudicata soltanto in base alla quantità di CO₂ emessa all’interno dei confini europei. Dovrebbe essere valutata anche in base alla capacità di conservare produzione, occupazione, competenze e autonomia strategica.

Diversamente, il rischio è ottenere un’Europa più pulita nelle statistiche, ma più dipendente nella realtà.

Il vero ostacolo italiano è il prezzo dell’energia

La transizione ecologica incontra in Italia una difficoltà strutturale: il costo dell’energia.

Le imprese italiane, soprattutto quelle industriali, operano da anni con prezzi dell’elettricità superiori rispetto a molti concorrenti europei. Nel 2025 il prezzo medio dell’energia elettrica all’ingrosso in Italia è stato nettamente più elevato rispetto a Francia e Spagna. Il motivo principale è la forte dipendenza del sistema italiano dal gas naturale, che continua a determinare il prezzo dell’elettricità per una parte rilevante delle ore.

Questa differenza non è un dettaglio tecnico. Per settori come siderurgia, chimica, ceramica, carta, vetro, meccanica e componentistica, il costo energetico può decidere se un impianto rimane competitivo oppure no.

A queste imprese viene chiesto di investire in tecnologie più pulite, ridurre le emissioni, sostituire macchinari, certificare le proprie filiere e rispettare nuovi standard. Ma tali obblighi vengono introdotti mentre molte aziende devono già affrontare una concorrenza internazionale basata su costi energetici, salariali e normativi inferiori.

La contraddizione è evidente: l’Europa chiede alle imprese di sostenere il costo della decarbonizzazione senza aver ancora eliminato lo svantaggio che rende quella stessa decarbonizzazione più difficile.

Non sorprende, quindi, che la Commissione europea abbia progressivamente affiancato alla politica climatica una politica industriale. Il Clean Industrial Deal nasce dalla consapevolezza che la regolazione ambientale, senza energia accessibile, investimenti e protezione delle filiere strategiche, può trasformarsi in un fattore di perdita industriale.

La sostenibilità è diventata anche una burocrazia

Accanto agli investimenti materiali, la transizione ha prodotto un’enorme infrastruttura amministrativa.

Le imprese devono misurare le emissioni, valutare i rischi climatici, controllare le catene di fornitura, classificare gli investimenti, raccogliere dati ambientali e predisporre rendicontazioni sempre più articolate. La sostenibilità è diventata un linguaggio tecnico composto da indicatori, certificazioni, standard e procedure.

Per una grande multinazionale, questi adempimenti rappresentano un costo rilevante ma gestibile. Per una piccola o media impresa possono diventare un ostacolo sproporzionato.

Anche quando una PMI non è direttamente soggetta agli obblighi europei, può essere costretta a fornire informazioni perché lavora per un grande gruppo, partecipa a una filiera internazionale o richiede un finanziamento bancario. La regolazione, quindi, tende a propagarsi ben oltre il perimetro formale delle aziende coinvolte.

Le revisioni approvate dall’Unione europea nel 2026, che hanno ridotto il numero delle imprese soggette agli obblighi e semplificato gli standard di rendicontazione, rappresentano un’ammissione implicita: il sistema originario era diventato troppo complesso.

La trasparenza ambientale resta importante. Ma quando la misurazione assorbe risorse che potrebbero essere destinate all’innovazione, la sostenibilità rischia di produrre più documenti che trasformazioni reali.

Il mercato del lavoro: nuove professioni, vecchi territori in difficoltà

La transizione verde crea occupazione. Cresce la domanda di ingegneri energetici, tecnici degli impianti, installatori, esperti di reti, specialisti della rendicontazione, progettisti, consulenti ambientali e operatori della mobilità elettrica.

In Italia, milioni di posizioni lavorative richiedono ormai competenze legate all’efficienza energetica, al risparmio delle risorse e alla sostenibilità. Le imprese segnalano inoltre una difficoltà crescente nel reperire personale qualificato.

Ma il numero complessivo dei nuovi posti non racconta necessariamente ciò che accade ai singoli lavoratori.

Un operaio della componentistica automobilistica tradizionale non diventa automaticamente un tecnico delle batterie. Un territorio specializzato nella meccanica non si trasforma in un polo digitale semplicemente perché cambia la normativa europea. Le nuove attività possono svilupparsi in regioni diverse da quelle in cui scompaiono le vecchie produzioni.

Il problema non è soltanto quanti posti di lavoro vengano creati, ma dove vengano creati, con quali salari, con quali competenze e in quanto tempo.

L’industria automobilistica rappresenta il caso più evidente. Il passaggio all’elettrico riduce la complessità meccanica dei veicoli e sposta il valore verso batterie, software, semiconduttori ed elettronica. L’Europa è storicamente forte nella produzione di motori, cambi e componenti meccaniche, ma molto più dipendente nelle nuove tecnologie.

La transizione può quindi aumentare l’occupazione in alcuni comparti e distruggerla in altri. Presentare soltanto il saldo finale significa ignorare il costo sociale e territoriale della trasformazione.

Chi guadagna davvero dalla transizione

Dietro il mercato sostenibile esiste una domanda che raramente viene posta in modo diretto: chi realizza i profitti?

I primi beneficiari sono i proprietari degli asset incentivati. Produttori di energia rinnovabile, sviluppatori di impianti, utility, operatori delle reti, società finanziarie e fornitori tecnologici partecipano a un mercato sostenuto da obiettivi pubblici e, spesso, da garanzie pubbliche.

In Italia, gli incentivi alle fonti rinnovabili valgono ogni anno diversi miliardi di euro. Queste risorse possono essere considerate necessarie per accelerare gli investimenti. Tuttavia, quando il rischio viene in larga parte trasferito sul sistema pubblico e il rendimento rimane privato, il confine tra incentivo e rendita diventa sottile.

Un secondo gruppo di beneficiari è costituito dall’industria dei servizi legati alla sostenibilità. Società di consulenza, certificatori, revisori, studi legali, produttori di software e fornitori di dati ESG hanno trovato un mercato in rapida espansione. Più la normativa è complessa, maggiore diventa il bisogno di intermediari capaci di interpretarla.

Il terzo beneficiario, in molti casi, si trova fuori dall’Europa.

Nel settore solare, l’Unione europea importa dalla Cina la quasi totalità dei pannelli utilizzati. L’Europa finanzia la domanda, installa gli impianti e contabilizza la riduzione delle emissioni, ma una parte considerevole del valore industriale viene generata altrove.

La transizione europea rischia così di sostenere una politica industriale straniera attraverso risorse pubbliche e private europee.

Dalla dipendenza dal gas alla dipendenza dai minerali

La transizione viene spesso descritta come un percorso verso l’indipendenza energetica. In parte è vero: aumentare la produzione rinnovabile può ridurre l’importazione di combustibili fossili.

Ma una dipendenza può essere sostituita da un’altra.

Batterie, pannelli solari, turbine, reti elettriche, motori e tecnologie digitali richiedono litio, grafite, rame, gallio, magnesio, cobalto e terre rare. L’estrazione e soprattutto la raffinazione di molti di questi materiali sono concentrate in pochi Paesi, con un ruolo dominante della Cina.

Ciò significa che l’Europa può ridurre la dipendenza dal petrolio e dal gas, ma aumentare quella da componenti, minerali e processi industriali controllati da concorrenti geopolitici.

Il meccanismo europeo di adeguamento del carbonio alle frontiere, il CBAM, tenta di affrontare una parte del problema imponendo un costo ambientale su alcune importazioni. Lo strumento può proteggere le industrie europee dalla concorrenza di produzioni più inquinanti, ma non risolve tutte le asimmetrie.

Può aumentare il costo delle materie prime per le aziende che utilizzano acciaio, alluminio, cemento o fertilizzanti. Inoltre, protegge il mercato interno, ma non rende automaticamente più competitive le esportazioni europee nel resto del mondo.

La sostenibilità ha bisogno di un criterio economico

La transizione ecologica non dovrebbe essere giudicata come una battaglia ideologica tra favorevoli e contrari. La vera questione è la qualità economica del percorso scelto.

Ridurre le emissioni è un obiettivo legittimo. Ma non ogni misura adottata in nome della sostenibilità produce automaticamente un beneficio proporzionato al proprio costo.

Una politica efficace dovrebbe misurare non soltanto le tonnellate di CO₂ evitate, ma anche il prezzo dell’energia, il valore aggiunto creato in Europa, l’occupazione industriale conservata, la produttività degli investimenti e il grado di dipendenza dall’estero.

Dovrebbe inoltre distinguere tra innovazione reale e semplice conformità normativa, tra investimento produttivo e rendita incentivata, tra nuova occupazione e trasferimento geografico del lavoro.

Il rischio più grande non è che la transizione sia troppo ambiziosa. È che venga costruita attraverso un sistema nel quale i profitti si concentrano nei soggetti dotati di capitale, tecnologia e capacità amministrativa, mentre i costi si distribuiscono tra imprese manifatturiere, lavoratori, contribuenti e consumatori.

La sostenibilità può diventare un’occasione di sviluppo soltanto se l’Europa riuscirà a trasformarla in capacità industriale. In caso contrario, il continente potrebbe raggiungere alcuni dei propri obiettivi ambientali perdendo, nel frattempo, una parte della propria autonomia economica.

Ed è questa, più ancora delle emissioni, la contraddizione che il mercato sostenibile europeo deve ancora risolvere.

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